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Domenica 20 Maggio 2012
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"VILLA CHINCANA"

                            "P. Arfeli"

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CIANCIANA


    


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Quattromila anime in una landa periferia della provincia di Agrigento; poche case abbarbicate l’una sull’altra alle pendici di una collina, con le sue pietre sbiadite dal tempo, erose, quasi visi scavati dall’acqua, e smussate dal vento, imbronciate d’abbandono  e su cui domina, maestoso e isolato, il Calvario a ricordare supplizi di ieri e di oggi, i crucci di una comunità ormai dispersa ai quattro punti cardinali della terra.
   Cianciana: con i suoi paesaggi affascinanti e le sue strade silenti, ove non risuona più il cicaleccio delle comari; così giovane eppure già vecchia per le sue case vuote, per i suoi quartieri deserti.
   E le miniere chiuse.
   Un paese che non ha eretto grandi chiese e sontuosi palazzi, perché la sua gente, che consumava l’esistenza  nelle viscere della terra o zappandola, non aveva tempo e cuore per … vestigia a futura memoria. Eppure … Grandi monumenti allo spirito umano con una tradizione poetico-culturale che non ha forse eguali se rapportata al numero degli abitanti della sua storia e che dura ormai da tre secoli. Cominciò nel ‘700 il buon pievano don Vincenzo F. Sedita (1714-1799), che scrisse in vernacolo il poemetto epico Le avventure di lu su Ninu Di Blasi, alias Testalonga e numerose canzoni che i giovani resero popolari cantandole durante le attuarne (serenate notturne). Il Testalonga narra le imprese del famoso brigante di Pietraperzia che lasciò la testa sul patibolo di Mussomeli nel 1767. Si considerò suo discepolo spirituale l’altro prete-poeta don Salvatore Mamo (1839-1920), che tanto scrisse in dialetto, attribuendo alla poesia una funzione didascalica. Di Mamo colpiscono soprattutto la modernità del linguaggio e il carattere marcatamente, volutamente popolare delle sue poesie, la freschezza dell’ispirazione che ancora oggi lo rendono popolarissimo tanto da essere citato semplicemente come patri don Turiddu. Di notevole spessore, tra le altre, le raccolte Li cunticeddi di me nanna (1881) e Li cunticeddi di lu vecchiu (1911), che ritraggono, tra il serio e il faceto, momenti, fatti ed episodi di vita paesana di cui si sono nutrite generazioni di Ciancianesi.
Gaetano Di Giovanni (1839-1912) fu demopsicologo e storico; Francesco Arcuri (1776-1833), alto magistrato, esperto nelle lettere e nelle matematiche, introdusse in Sicilia l’uso della cera vegetale e la coltivazione dell’indaco; padre Benedetto Conti, vissuto tra ‘700 e ‘800, fu georgofilo e bonificò alcune zone improduttive della nostra Isola; fu poeta di raffinata cultura classica Gaetano Cordova, amico e coevo di Alessio Di Giovanni. A. Di Giovanni, mesto cantore del latifondo e della zolfara, è oggi unanimemente considerato uno dei più grandi, se non il più grande poeta dialettale siciliano. Su tutti valga il giudizio di Luigi Russo, che lo considerò il più grande cantore degli umili d’Italia dopo il Manzoni.
   Che dire, poi, di Giuseppe Antinori, medico, giornalista, garibaldino e sociologo antelitteram; o dei numerosi docenti universitari, come Fortunato Montuoro, Arcangelo De Michele, una dei primi ad insegnare Diritto canonico, che nell’’800 diedero lustro all’Ateneo palermitano?
   Nel secolo appena trascorso d. José Giannone fondò la facoltà di Scienze economiche dell’Università di Rosario e poetarono, oltre a Pasquale Alba, Emanuele Coniglio, Salvatore Re, morto in Canada, e Giuseppe Pulizzi con il suo grande affresco poetico, degno d’un abile pittore, La primavera di me nannu. Tra i viventi basti citare, nel campo poetico, don Filippo Ferraro, che s’incammina argutamente sulla scia del Sedita e del Mamo; Vincent D’Angelo, emigrato a Rive de Gier; Gaspare D’Angelo, Agostino D’Ascoli e un nugolo di giovani che tengono accesa la fiaccola dell’ispirazione poetica.
   Attualmente il ciancianese più famoso è Rino Cammilleri, le cui opere riempiono le librerie.
   Da dove, a che pro quest’amore grandioso verso la nobile arte dello scrivere? Come mai tanti verseggiatori in un centro così piccolo? Cosa li lega? Cos’ha di particolare il Ciancianese, così ciarliero e solare come pochi, così disincantato e dissacratore?
   Ecco: forse la solarità, forse il sapere apprezzare la vita nelle sue mille pieghe e sfaccettature, nei suoi momenti belli e tristi, nelle sue gioie semplici è la radice del suo canto, che è versi e musica assieme; nel sentimento pensoso dell’esistenza, conquistata giorno dopo giorno, sfidando costantemente la sorte nelle gallerie di una zolfara per cui ogni attimo era, è, una conquista da assaporare e da trasmettere agli altri per condividerla, en plein air, perché il Ciancianese è nato per vivere in piazza, nel grande salotto che è il corso (‘a chiazza, l’agorà).
   Nel solco di questa nobile tradizione, in questo clima culturale s’inserisce prepotentemente con la sua raccolta poetica, Giacinto SCHEMBRI, che, con Tampasiannu … tampasiannu … ora e con Zirrìu di papanzìcu del 1988, compie un’azione meritoria di salvaguardia di uno dei dialetti tra i più musicali, schieti e belli della Sicilia, recuperandone suoni e lemmi, espressioni e ritmi, peculiarità grammaticali (es.: il plurale in -a).
   E sembra proprio di sentirle le antiche comari, che, sedute al sole, sul davanzale delle loro porte, mentre fanno puntina, odoranti di carbonella e impastate di fieno e zolfo, vociano allegre rimembrando il tempo che fu. E la nota amara, quando il discorso si fa serio, pesante, e si abbandonano alla tristezza desolante della solitudine, al ricordo di coloro che sono andati via “assicurati di la fami / ma tennu, ‘mpinta all’arma, / la spranza / di turnari unni nasceru”, della giovinezza trascorsa , perché “lu dumani … pari sempri assenti”  e alla constatazione della condizione dell’anziano cui “sulu lu chantu … fa cumpagnia”.
   Poesia, dunque, come canto, canzone, che attraverso il recupero d’una passata temperie vuol invitare alla meditazione e alla gioia semplice della vita.
   Ma questo è già un altro discorso che spetta ad altri fare.
                                                                                  (Eugenio Giannone)

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Casotti
Chiesa Madre 1
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Corso Vittorio Emanuele 1
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Torre Orologio 1
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 Personalità illustri e legate a Cianciana [modifica]
Alessio Di Giovanni

    * Sant'Antonio di Padova (1195-1231) francescano portoghese, leggende narrano di un suo passaggio nel territorio dove poi sarebbe sorta Cianciana.
    * Alessio Di Giovanni (1872-1946) poeta, prosatore e drammaturgo.
    * Gaetano Di Giovanni (1831-1912) uomo politico, storico e folklorista.
    * Vincenzo Felice Sedita (1716-1792) prete e poeta dialettale.
    * Giuseppe Antinori (1840-?) garibaldino, senatore del Regno, direttore giornalistico e sociologo.
    * Francesco Arcuri (1776-1833) giureconsulto, ebbe profonde conoscenza sulle scienze naturali.
    * Salvatore Mamo (1839-1920) prete e poeta dialettale.
    * Pasquale Alba (1871-1945) poeta popolare estemporaneo.
    * Serafina Montalbano (1875-1955) prima ciancianese laureata.
    * Gaetano Cordova docente e poeta.
    * Arcangelo De Michele abate, professore di diritto canonico all'Università di Palermo.
    * Fortunato Montuoro professore all'Università di Palermo.
    * Vincenzo Martorana artista e maestro di meccanica pratica.
    * Alfonso Mario Cinquemani professore di diritto canonico all'Università di Palermo.
    * Giuseppe Bondì filosofo e teologo.
    * Arciprete Caroselli poeta patriota.
    * Padre Benedetto Conti botanico.
    * Domenico Cuffaro poeta, scrittore e politico.
    * Don Gerlando Re (1916-1948) martire della Chiesa.
    * Modesto Abella (1910-1997) pittore naif.
    * Stefano Panepinto (1908-1978) organista.
    * Giuseppe Pulizzi poeta dialettale.
    * Pietro Giambrone insegnante e poeta.

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  • Caduti nelle guerre   ( 1 Articolo )
  • ZOLFARE   ( 5 articoli )
    A est del fiume Platani, tra paesaggi aridi e desolati, si estende uno dei più importanti bacini minerari d'Europa denominato altipiano solfifero che ricopre una vasta area dell'entroterra siciliano (circa 5 mila kmq), occupando gran parte delle province di Agrigento, Enna e Caltanissetta. L'enorme bacino, noto fin dall'antichità e a lungo sfruttato in superficie, dal XIX secolo ha visto l'inizio di forme di estrazione intensiva, con sistemi di coltivazione in profondità e con attività estrattive a carattere marcatamente industriale. Si tratta di una formazione gessosa solfifera risalente al miocene superiore costituita per lo più da gessi e argille associati a minerali dello zolfo e salgemma. Dalla presenza di questo minerale deriva il nome del fiume Salso o Imera che percorre tutta una lunga vallata al confine tra le province di Enna e Caltanissetta. Anticamente lungo il corso di questo fiume sorsero centri come Sabucina e Gibil-Gabib, abitati sin dalla preistoria, divenuti adesso siti archeologici di grande interesse. In epoca più recente invece, vicino alle acque di questo fiume fiorì la cosiddetta civiltà delle zolfare che ha profondamente segnato l'economia e la storia di questi luoghi per tutto il secolo scorso. In provincia di Caltanissetta si trovano ancora oggi diversi impianti di estrazione ormai caduti in disuso ma ben conservati. Nelle basse casupole del Villaggio Santa Barbara, vivevano i minatori che lavoravano nelle vicine zolfare di Trabonella e Gessolungo a circa 2 km di distanza, sul versante del monte Sabucina. La zolfara Trabonella è una delle tante miniere che tra la fine dell'800 e l'inizio del 900 erano in attività nella provincia di Caltanissetta. Questa miniera è testimone di periodi di floridezza e di altri di tragico lutto. Nel 1867 infatti, per uno scoppio di gas all'interno delle gallerie con conseguente incendio, morirono ben 42 operai. La Trabonella apparteneva al barone Morillo ed era, come abbiamo già detto, la più grande delle miniere nissene sia per il numero di operai sia anche per la dotazione di attrezzature estrattive. Nel 1911 un'altra grave sciagura segnò la storia della miniera a causa di uno scoppio di grisou infatti, si sviluppò un incendio che sarebbe durato 10 giorni nel quale morirono 40 operai e 16 rimasero feriti. Sia a Trabonella che a Gessolungo ci sono ancora impianti di estrazione con castelletti in metallo ormai malridotti che segnalano la presenza dei pozzi verticali. Questi, verso la fine dell'800, iniziarono a sostituire le antiche discenderie, ripidi e angusti corridoi attraverso i quali il minerale veniva trasportato a spalla dai carusi. E' possibile visitare inoltre, i condotti di areazione e le torri di riflusso, circondate da grigie montagne di gesso interrotte qua e la dalle macchie rosse dei rosticci (residui del processo di fusione); le fornaci dove il minerale veniva accatastato e bruciato per separare dalla ganga (gesso, calcare, argilla) lo zolfo liquido, che colava per raccogliersi nelle apposite forme; le calcarelle che disperdevano nell'atmosfera micidiali quantità di anidride solforosa; i calcaroni, in uso dopo il 1850 dove la combustione avveniva sotto una copertura di rosticci e i forni Gill con la loro serie di celle e caratteristici camini. A circa 5 km, una strada tortuosa in salita conduce agli scavi archeologici di Monte Sabucina dove sono state rinvenute una necropoli con tombe a grotticella della prima età del bronzo ed un villaggio sicano ellenizzato del XII secolo. A circa 3 km dalla zona archeologica invece, si trova ponte Capodarso e, scendendo lungo una stradella che lo sottopassa, la miniera Giumentaro, la più recente e meglio conservata della provincia dove è ancora visibile un pozzo di estrazione con il castelletto in ferro. Superato il centro abitato di Riesi dopo circa 15 minuti di strada, in corrispondenza del ponte Muntina, sulla destra si può ancora ammirare una delle più grandi solfare siciliane: la miniera Trabia-Tallarita. Il bacino è attraversato dal Fiume Salso che divide la parte spettante a Tallarita, a sinistra, dalla parte spettante a Trabia, a destra. Nella miniera Trabia, denominata in passato Solfara Grande, i primi lavori estrattivi ebbero inizio intorno al 1730, con metodi rudimentali per via della poca profondità degli scavi e l’abbondanza del materiale disponibile. A partire dal 1830 però, grazie all'introduzione di nuovi mezzi meccanici l'attività assunse una maggiore rilevanza. Attorno alle miniere fu edificato pure un villaggio presso il quale vi erano una stazione dei carabinieri, un ufficio postale, una cappella, uno spaccio e gli alloggi per 300 dipendenti e relative famiglie. Nel 1957, in conseguenza di una esplosione di grisou, franò un pozzo (Scordia) che causò molte perdite umane. La miniera fu chiusa nel 1975. Particolarmente suggestivi sono i resti delle infrastrutture di lavorazione, tra i quali l’interminabile sequenza dei forni Gill (sistema più moderno di fornaci per la fusione). A Caltanissetta si trova inoltre, il Museo Mineralogico, Paleontologico e della Zolfara, nato nel 1979 e unico nel suo genere nel meridione d'Italia che raccoglie minerali di tipo gessoso solfifero, rocce e fossili rari e conserva la documentazione riguardante la vita nelle Solfare. Un vero e proprio museo delle attività minerarie dello zolfo. I visitatori possono osservare anche la ricostruzione in scala di uno spaccato di miniera con il pozzo di estrazione, gallerie, discenderie, rimonte, fornelli e cantieri, forni, torre di estrazione del "pozzo grande". Storia delle zolfare In Sicilia la storia dello zolfo ha origini lontane, difatti l'estrazione e la commercializzazione di questo minerale sono documentate sin dall'età del Bronzo. Lo sfruttamento sistematico del sottosuolo però iniziò solo alla fine del '700, in coincidenza con lo sviluppo dell'industria chimica in Francia e in Inghilterra. La grande richiesta di acido solforico per la produzione della soda, fece aumentare le richieste di zolfo, stimolando la ricerca e l'apertura di nuove miniere. Quando masse di contadini passarono dai campi alle miniere, nacque la Sicilia delle zolfare e degli zolfatari. Per un periodo di oltre 150 anni infatti, le miniere di zolfo costituirono una delle principali fonti di reddito per molti comuni dell'entroterra nisseno ed ennese, aprendo un settore di attività del tutto nuovo nel panorama economico dell'area che ha offerto lavoro a molte famiglie tradizionalmente contadine. Accanto al contadino, al pastore, all'artigiano si affiancò, quindi, la figura del minatore. I comuni interessati all'attività estrattiva legarono i propri destini alla zolfara indissolubilmente tanto che i contadini progressivamente abbandonarono i campi per adattarsi a un lavoro disumano, in cunicoli senza luce e malsani. Nei pozzi si lavorava in un atmosfera da bolgia dantesca, nudi per le elevate temperature e a continuo rischio per la vita, per l'assenza di qualsiasi norma che garantisse un minimo di sicurezza. Il biossido di zolfo che si disperdeva nei pozzi in seguito alla parziale combustione del minerale aveva effetti deleteri sulla salute dei minatori e sull'ambiente. Sin dalla prima adolescenza i minatori venivano a lavorare nelle pirriere (miniere) per scalare poi con gli anni una complessa gerarchia che prevedeva varie figure di surfarara (minatori). Si cominciava dai carusi, bambini anche di 7-8 anni al servizio dei pirriaturi o picunieri (picconieri), che di solito, erano addetti al trasporto del materiale grezzo dal punto in cui veniva rinvenuto fino alla superficie attraverso una rete di stretti e ripidi dinscenderie (cunicoli) adatti ai loro corpi minuti. A controllare le varie attività vi erano i capumastri (capomastri) che generalmente erano scelti per la loro esperienza e per le loro abitudini dispotiche. Le miniere venivano concesse in affitto ai picconieri (con il sistema delle gabelle), secondo una pratica di tipo feudale. A questo si aggiungevano lo sfruttamento intensivo dei giacimenti senza alcuna progettualità, lo sfruttamento della manodopera (soprattutto minorile), la gerarchia piramidale dei ruoli e la mancanza di garanzie sociali. La nuova attività comunque, incise profondamente sull'esistenza di diverse generazioni locali che gravitarono attorno alle miniere e ispirò romanzieri, cantastorie e poeti ma non fu veicolo di sviluppo per la regione perché l'organizzazione e la gestione rimasero sempre e comunque di tipo feudale. Non si formò una classe imprenditoriale locale, mancarono gli investimenti e la meccanizzazione. I proprietari del suolo sfruttavano pure il sottosuolo, ma generalmente per ottenere maggiori profitti la superficie veniva frazionata e data in gabella a diversi affittuari. Il grande sviluppo delle zolfare siciliane si ebbe dopo il 1820 quando nell'isola si contavano circa 719 miniere che impiegavano circa 32.136 persone fornendo i 4/5 della produzione mondiale di zolfo. In quel periodo infatti, nel mondo si producevano circa 470mila tonnellate di zolfo e di queste 378mila erano siciliane. Per quanto riguarda invece, il territorio di Caltanissetta nel 1834 si contavano ben 88 impianti, ma l'improvviso crollo dei prezzi dovuto alla sovraproduzione e alla concorrenza americana portarono all'inesorabile declino delle solfare. Lo zolfo americano infatti, veniva estratto con la sonda Frash molto più rapidamente a costi bassi quindi era più competitivo. La riorganizzazione del settore minerario avviata negli anni '40 dall'Ente zolfi italiani e dopo il 1962 dall'Ente minerario siciliano, non riuscì a risollevare le sorti dell'industria estrattiva siciliana che declinò insorabilmente.

 

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