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Martedì 25 Aprile 2017
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Una strana festività PDF Stampa E-mail
SAGGISTICA - TAORMINA FRANCESCO
Scritto da Francesco Taormina   

Una strana festività

In quei giorni non feci altro che ascoltare, riuscii solo a dire se non alcune parole. Ascoltavo ogni cosa, e soprattutto cercavo di vivere, di percepire tutto così, come avveniva nella sua realtà. Un tempo tremendo e freddoloso ci accompagnò per i cinque giorni, dove la campagna con i suoi fiori e colori s’attardava al risveglio.

Colui che maggiormente ascoltai fu lo zio falegname, che m’introdusse in cose che non sapevo e che mai prima modo ebbi di fruire e godere nella loro pienezza.

Dopo quaranta cinque anni andai a vivere una strana festività, e con me, non potevano mancare coloro che mi sostituiranno, perché dovranno anch’essi sapere. Fra di loro c’erano gli occhi di

un’altra avventura.

<<Ho già costruito il mio “tabbuto” (in arabo tabout è la bara), tutto in mogano, rosso, di quello vero. Non finto come talune industrie vogliono farci credere. Ai lati ho intarsiato delle candele bianche che faranno una luce accecante; al mio momento me ne andrò, e arrivato da Caronte resterà stupefatto nel mirare con quanta maestria è stato costruito. Poi, attraversato il fiume, arriverò davanti al cane a tre teste che abbaierà fino a quando non lo sentiranno dalla valle dello Jato, alla valle dei templi. Guardalo… è maestoso. Mogano …quello vero.

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Vera Pegna, la militante che sfidò a mani nude la mafia agraria di Sicilia PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Salvatore Coccoluto   

Vera Pegna, la militante che sfidò a mani nude la mafia agraria di Sicilia
di Salvatore Coccoluto

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Una storia di coraggio e passione civile che risale al tempo in cui fare politica era soprattutto missione. Così la viveva Vera Pegna, una militante del PCI che nel 1962, a 28 anni, si ritrovò a Caccamo, in provincia di Palermo, a sfidare il potere mafioso. Ai tempi il paesino era nelle mani del boss Peppino Panzeca, che aveva addirittura una poltrona riservata in consiglio comunale. Vera fece irruzione nella vita di questo piccolo centro, provando a scuotere le coscienze e a scalfire il muro di paure e silenzi. Questa esperienza la racconta nel libro Tempo di lupi e di comunisti – La storia mitica della ragazza che sfidò la mafia (Il Saggiatore), in uscita il 26 marzo. Dopo esser cresciuta in Egitto e aver studiato tra Svizzera e Inghilterra, si traferì in Sicilia per conoscere e collaborare con Danilo Dolci, attivista soprannominato il “Gandhi italiano” per le sue lotte sociali non violente. La donna si stabilì prima a Partinico e poi a Palma di Montechiaro. Poi si iscrisse al PCI e i primi di aprile del 1962 il partito la inviò a Caccamo per creare un’opposizione alla Democrazia Cristina locale, fortemente collusa con il potere mafioso. Al suo arrivo un militante l’accolse con queste parole che non lasciavano speranza: “Cara compagna, qui tu sei nella Repubblica di Caccamo. […] Qui a Caccamo non c’è niente da fare. Qui a Caccamo c’è mafia. Qui a Caccamo c’è don Peppino Panzeca, che è il capo di tutta la mafia. E c’è l’amico del card. Ruffini, don Teotista Panzeca, che è il vero cervello della mafia. Qui a Caccamo è la Repubblica della mafia. Non c’è niente da fare”.

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La fuitina è un fenomeno di costume tipico della Sicilia. PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Administrator   

La fuitina è un fenomeno di costume tipico della Sicilia.
Questo fenomeno avveniva soprattutto nel passato, ma in altre forme e con differenti modalità avviene ancora oggi (anche se circoscritto nei quartieri più popolari, che comunque raccolgono una grossa fetta del popolo palermitano).

La fuitina potrebbe somigliare a quella che in altri luoghi viene detta fuga d’amore, due innamorati contrastati dalle famiglie che scappano per coronare il loro amore.

In realtà il fenomeno di cui parliamo è un po’ più controverso e complesso.
Il termine fuitina riassume differenti comportamenti.
La fuga d’amore è uno di questi, ma non ne rappresenta al pieno la sua la peculiarità.
L’elemento scatenante principale è il fattore economico e sociale.

Capitava infatti che fuggissero coppie “fidanzate in casa” da anni, col benestare delle famiglie.
Se mancava il contrasto cosa giustificava la fuga?
Spesso queste coppie erano costrette ad aspettare tanti anni prima di potersi sposare per diversi motivi.

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Per le zolfare che ovunque fiorivano».Scavi zolfi feri nell’opera sciasciana PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da LUCIANO CURRERI   
 
Auguri a ... PDF Stampa E-mail
PITTURA E SCULTURA - ARFELI PIETRO
Scritto da Administrator   

Realizzazione grafica Pietro Arfeli

Auguri a chi è triste, perché merita due volte gli auguri!

Ai bambini che possano sempre sognare. 

Agli anziani che possano sempre raccontare la loro vita.

Ai malati che possano sempre sperare!

A tutti quelli che fanno gli auguri con il cuore!

A chi non aspetta il Natale per essere migliore.

Redazione VILLACHINCANA

 
SOLFARE Quelle 114 ragazze agrigentine della miniera PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Pasquale Cucchiara - 18/08/2016   

Non furono solo gli uomini a puzzare di zolfo, anche le donne agrigentine lavoravano in miniera. Sono pochi gli studi che si concentrano sul ruolo della donna nella cava, uno spaccato sociale che ha caratterizzato la Sicilia e l'Agrigentino nel XX secolo

di Furono ben 114 le donne che lavorarono all’interno delle miniere di zolfo agrigentine. Donne scomparse dalla memoria, abbandonate, ai tempi, anche dalle loro stesse famiglie. L’epoca dello zolfo in Sicilia, nel XX secolo, e in particolar modo in provincia di Agrigento, coinvolse praticamente tutti: uomini donne e bambini. Ma se il lavoro degli uomini e anche quello dei più piccoli, dei "carusi”, all’interno delle miniere è una questione ampiamente discussa, documentata, sfondo e talvolta oggetto delle creazioni letterarie del tempo, poco invece si sa della figura femminile all'interno della cava.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Zolfatari e contadini nel canto di Alessio Di Giovanni PDF Stampa E-mail
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PITTURA E SCULTURA - ARFELI PIETRO
Scritto da Administrator   

Zolfatari e contadini

nel canto di Alessio Di Giovanni

OLIO SU TELA 90 X 100

PIETRO ARFELI

Nel 70° anniversario della scomparsa di A.D.G.

Recensione di E. Giannone al Dipinto del M° P. Arfeli

Il quadro che oggi Pietro Arfeli offre alla Comunità ciancianese è una splendida opera che depone a favore del suo genio artistico-creativo ed è un omaggio al grande Alessio Di Giovanni e alla nostra città, di cui compendia la storia. L’opera è di facile lettura e per questo motivo cattura subito l’attenzione dell’osservatore.

In primo piano abbiamo il ritratto di un Alessio intento a sfogliare le sue opere, avendo in mano – nello specifico – il volume “Lu puvireddu amurusu”.

E’ un uomo ormai maturo, come testimoniano i capelli bianchi che, se sono segni di saggezza, indicano l’ineluttabile trascorrere del tempo con gli anni che si accavallano e che Di Giovanni aveva trascorso scrivendo poesie, romanzi, drammi che gli avevano dato notorietà universale.

Ad indicare la sua grandezza nel panorama letterario della prima metà del Novecento valgano il giudizio dell’illustre critico Luigi Russo, che lo definì “il più grande cantore degli umili d’Italia dopo il Manzoni”, e il fatto che Federico Mistral, francese, nel 1904 premio Nobel per la Letteratura, apprese il Siciliano per leggerlo in versione originale, come ha fatto più recentemente il prof. Taju Ambu dell’Università di Tokio.

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“Centomila Poeti per il cambiamento” PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Administrator   

Cianciana 24 settembre 2015

Si è svolto  a Cianciana (AG) il raduno artistico/letterario “Centomila poeti per il cambiamento” organizzato da Pietro Sanzeri, presidente dell’Associazione “Ciancianapoetica” ed Eugenio Giannone con la presentazione di Giuseppe Sanzeri.

“Centomila Poeti per il cambiamento” è un movimento sorto in California nel 2011 da un’idea dei poeti americani Michael Rothenberg e Terri Carrion che si è diramato e sviluppato in tutte le parti del mondo.

Si svolge ogni anno contemporaneamente appassionando poeti, pittori, musicisti, cantanti, attori ed altri artisti con lo scopo di fare emergere quelli che sono gli aspetti angoscianti dell’umanità e che ledono tutti i diritti umani.

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La vite d’uva Zibibbo diventa Patrimonio dell’Umanità Unesco PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Administrator   

La vite d’uva Zibibbo diventa Patrimonio dell’Umanità Unesco

zibibbo

Grappolo di uva Zibibbo

Sicilia – Coltivazioni delimitate dai muretti a secco sull’isola di Pantelleria – Ph. Luca Volpi | CCBY-SA2.0

L’Italia ri rivela ancora una volta scrigno di tesori il cui valore viene internazionalmente riconosciuto. Dopo monumenti, centri storici ed interi lembi di territorio, è toccato ad una pratica agricola  entrare nella lista dei Beni considerati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. La vite ad alberello di uve Zibibbo, tipicità antichissima dell’isola siciliana di Pantelleria, è stata acquisita nella prestigiosa lista del Patrimonio Culturale Immateriale con voto unanime dei 161 Stati che aderiscono all’Unesco. 

L’uva Zibibbo oltre che per il consumo diretto o per l’essiccazione è utilizzata per la vinificazione: se ne ricava infatti un vino giallo paglierino carico con riflessi dorati, dolce e con elevato grado alcolico dal caratteristico profumo: è il vino DOC di Pantelleria, prodotto nella versione passito, moscato e spumante, ottimo per accompagnarsi ai formaggi e alla pasticceria secca.

“Nessun Paese, prima dell’Italia, è mai riuscito ad iscrivere nella Lista una pratica agricola” ha commentato il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina. “L’Italia – ha proseguito – ancora una volta in sede Unesco segna un punto di grande qualità e una novità di grande portata. La notizia mi riempie di orgoglio e di soddisfazione. Questa iscrizione rappresenta una svolta a livello internazionale, perchè finalmente anche i valori connessi all’agricoltura e al patrimonio rurale sono riconosciuti come parte integrante del più vasto patrimonio culturale dei popoli”.

La proposta è stata avanzata dall’Italia sulla base di un dossier curato dal professor Pier Luigi Petrillo (già occupatosi,  per conto del ministero delle Politiche agricole, dell’iscrizione della Dieta mediterranea nel 2010 e dei Paesaggi vitivinicoli delle Langhe Roero e Monferrato nel giugno 2014) con il supporto del comune di Pantelleria e degli agricoltori panteschi, ed è stata votata durante la riunione del 24 novembre a Parigi.

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Cicciu Busacca - La storia di Turi Giuliano PDF Stampa E-mail
CANTASTORIE SICILIANI - CICCIO BUSACCA
Scritto da Administrator   

Ciccio Busacca (il nome Ciccio, o Cicciu, è diminutivo di Francesco) ha maturato le sue doti artistiche a Paternò ascoltando i versi di diversi cantastorie ambulanti, tra cui Paolo Garofalo e Gaetano Grasso. Il suo debutto avvenne nel 1951, nella piazza di San Cataldo (CL), con la rappresentazione de L'assassinio di Raddusa, tratto da una storia di cronaca avvenuta realmente nel paese di Raddusa (CT). Nel 1951, infatti, Busacca si trovava ad Aidone e venne a sapere della storia di una ragazza di 16 anni, da poco sposata, che era stata violentata da un senzale di matrimonio. La ragazza, in seguito alla violenza era stata abbandonata da tutti (marito e familiari compresi), ma aveva giurato di uccidere il suo violentatore. Per mettere in atto la sua vendetta, aveva avvicinato l'uomo nella piazza del paese, mascherata da anziana per non farsi riconoscere, e lo aveva ucciso con una pistola. La passione per la narrativa e la denuncia civile, unite a una particolare sensibilità musicale furono il segno con cui Busacca si distinse nel mondo dei cantastorie siciliani, particolarmente sviluppato nel secondo dopoguerra, che ebbe come protagonisti Orazio Strano, Turiddu Bella, Vito Santangelo, Matteo Musumeci, Francesco Paparo (Cicciu Rinzinu) e altri. Nel 1956, Busacca debuttò al Piccolo Teatro di Milano con Pupi e cantastorie di Sicilia. Nel 1957, a Gonzaga, la giuria dell'AICA (Associazione italiana cantastorie ambulanti) conferì a Busacca il primo premio "Trovatore d'Italia", per la storia di Giovanni Accetta, L'Innucenti vinnicaturi. È negli anni successivi che si pose l'incontro con Ignazio Buttitta e con la sua poesia: di questo sodalizio i risultati più significativi rimangono le messe in scena del Lamentu ppi Turiddu Carnivali, Lu trenu di lu Suli e Che cosa è la mafia?. Negli anni settanta, avvenne l'esperienza teatrale con Dario Fo (Ci ragiono e canto) e la sua partecipazione a diversi programmi radiofonici e televisivi. A partire dalla fine degli anni '70 iniziò l'inesorabile declino di popolarità (ma non artistico) di Busacca e degli altri cantastorie siciliani, prime vittime della diffusione della televisione quale mezzo di comunicazione di massa. Le notizie della cronaca potevano ormai arrivare ai cittadini nella crudezza (o nell'inganno) dei teleschermi, senza le mediazione poetica di questi "relitti" della storia, ultimi cantori di una tradizione millenaria. Busacca muore nel 1989 e di quel piccolo uomo che dal tetto della sua FIAT 600 Multipla cantava le storie degli uomini di Sicilia, a chi li voglia leggere, rimangono i suoi versi:

 L'album completo:

LA STORIA DI TURI GIULIANI

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(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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