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Home SICANIA - MONTI E VALLE CULTURA LA ROSA GIUSEPPE IL CARRETTO SICILIANO - STORIA E CARATTERISTICHE
IL CARRETTO SICILIANO - STORIA E CARATTERISTICHE E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da La Rosa Giuseppe   

 

Nell’anno 1778 il Parlamento siciliano decretò il finanziamento di 24.000 scudi per la creazione di una rete viaria in Sicilia. Fino ad allora le strade erano state costituite da polverose e tortuose trazzere e mulattiere lungo le quali i viaggiatori e le merci potevano transitare con grandi difficoltà.

Più tardi, nel 1830, il governo borbonico e investimenti stranieri, in gran parte inglesi, posero le basi di un più moderno sistema viario. Per ragioni strategico-militari fu infatti decisa la realizzazione di “regie trazzere” che collegarono varie parti della Sicilia. La prima ad essere realizzata fu la Palermo-Catania che passava da Enna (a quel tempo chiamata Castrogiovanni).

Queste vie sterrate erano caratterizzate da solchi, a volte profondi, scavati dai pesanti carri nel passare. Fu così che i commercianti siciliani iniziarono a montare ai lati dei loro carri ruote molto grandi che permettevano di superare i fossi con relativa facilità. Il carretto siciliano fece così la sua comparsa nella storia dei mezzi di trasporto. Da quel momento, diversi viaggiatori di passaggio in Sicilia ne raccontarono le forme e i fregi, definendoli lavori d’arte.

Inizialmente era a tinta unica, prevalentemente giallo, ed il colore era usato solo allo scopo di proteggere il legno. Ben presto però sulle fiancate dei carretti comparvero altri colori, fregi e i primi disegni.

Con il tempo, la praticabilità delle strade migliorò e i carrettieri, ceto emergente, fiero della sua ascesa sociale legata al raggiungimento di un certo agio economico, trasformò un semplice mezzo di trasporto in un autentico capolavoro dell’arte.

I carretti erano lo strumento più importante del lavoro dei venditori ambulanti che, per attirare l’attenzione sulla merce, bardavano riccamente i loro mezzi di trasporto e i cavalli con placche di cuoio, chiodi dorati, specchietti, nastri, borchie, pennacchi colorati e campanelli che, con il loro suono, annunciavano l’arrivo del commerciante.

In questo periodo, le fiancate del carretto presentavano ricche decorazioni e pitture che rappresentavano immagini tratte dalla iconografia sacra: scene tratte dai Vangeli, immagini della Vergine Maria e la vita dei santi. Molto rappresentate furono le vite delle sante Rosalia ed Agata, particolarmente venerate nell’isola, e la vita di San Giovanni Battista.

In un periodo successivo, sulle fiancate dei carretti comparvero eroi epici impegnati in battaglie ed avventure ed anche personaggi storici. Carlo Magno e i Paladini di Francia, le vicende delle Crociate, i fatti riguardanti Napoleone Bonaparte e Giuseppe Garibaldi furono i più rappresentati. Tali vicende traggono spunto dai cartelli dei cantastorie e dai fondali dell’opera dei pupi. Se però per realizzare questi ultimi si usavano colori ad acqua, che risultavano facilmente deperibili, per i carretti furono usati colori ad olio molto più resistenti.

La realizzazione di un carretto non era cosa semplice. Per costruirne e definirne uno occorrevano infatti circa due mesi del lavoro continuo di diversi artigiani.

Il carrozziere realizzava le parti in legno. Lo scultore intagliava i raggi delle ruote e gli elementi rappresentativi. Il fabbro assemblava i pezzi con perni, dadi, staffe e cerchiature per le ruote e talvolta realizzava anche decorazioni in ferro battuto. Il sellaio realizzava i finimenti e la bardatura del cavallo.

Le varie parti del carretto erano realizzate usando materiali diversi in base al loro uso. Le fiancate e la cassa del carretto erano realizzate con legno di pioppo o di abete. Le stanghe, il portello posteriore e le mensole erano in faggio. Il mozzo e le corone delle ruote, dovendo risultare più resistenti, erano in noce o olmo. I raggi e i pioli erano invece in frassino.

Nelle diverse aree della Sicilia vennero prodotti carretti che rispettavano quattro principali categorie costruttive.

Il carretto palermitano, i cui colori predominanti erano il rosso e il giallo, usato in tutta la Sicilia occidentale, aveva la cassa di forma trapezoidale, i laterali erano divisi in due riquadri e l’asse delle ruote era ornato di arabeschi in ferro battuto.

Il carretto trapanese presentava ruote dal grande diametro e i laterali erano divisi in tre riquadri.

Il carretto castelvetranese, a causa della particolare collocazione geografica della città, aveva caratteristiche intermedie tra quello palermitano e quello trapanese.

Il carretto catanese, il cui colore predominante era il turchino, aveva la cassa con le fiancate di forma rettangolare.

Diversi viaggiatori europei, nel loro passaggio in Sicilia, iniziano a descrivere meravigliati il carretto autoctono già dall’inizio dell’Ottocento. Tra tutti, quasi alla conclusione di quel secolo, lo scrittore francese Guy de Maupassant ci ha lasciato, nel suo resoconto intitolato “Viaggio in Sicilia”, una memorabile pagina su Palermo e i carretti siciliani che, in parte, riporto: “Appena lasciamo la nave non possiamo fare a meno di stupirci del movimento e della gaiezza di questa città di duecentocinquantamila abitanti, piena di negozi e di rumore, meno convulsa di Napoli e tuttavia non meno piena di vita… La città, adagiata al centro di un vasto anfiteatro di montagne nude, di un grigio bluastro qua e là venato di rosso, è divisa in quattro parti da due grandi strade diritte che si incrociano nel mezzo. Da questo quadrivio, in fondo a tre di quei lunghi corridoi di case, si scorgono le montagne, mentre al termine del quarto si intravede la macchia azzurro intenso del mare, che pare vicinissimo, come se la città vi fosse caduta dentro…Vedo dei carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che presentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani…Persino i raggi delle ruote sono decorati…Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena…Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l’occhio e la mente e vanno come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere”.

In tempi più recenti, il poeta bagherese Ignazio Buttitta ha scritto: “attraverso le immagini del carretto la cultura siciliana racconta se stessa”.

Anche il Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, nella sua celeberrima “Strada di Agrigentum”, cita la figura del carrettiere e dice:

 

Là dura un vento che ricordo acceso

nelle criniere dei cavalli obliqui

in corsa lungo le pianure, vento

che macchia e rode l’arenaria e il cuore

dei telamoni lugubri, riversi

sopra l’erba. Anima antica, grigia

di rancori, torni a quel vento, annusa

il delicato muschio che riveste

i giganti sospinti giù dal cielo.

Come sola nello spazio che ti resta!

E più t’accori s’odi ancora il suono

che s’allontana verso il mare

dove Espero già striscia mattutino

il marranzano tristemente vibra

nella gola del carraio che risale

il colle nitido di luna, lento

tra il murmure d’ulivi saraceni

 

Nella storia economica e culturale della Sicilia tra Ottocento e Novecento il carretto ha avuto un ruolo di primordine. Ancora oggi non esiste siciliano che non lo conosca e la struttura, i colori e le scene in esso rappresentate sono apprezzati in tutto il mondo. Citando ancora Guy de Maupassant: “Quegli uomini, quelli di una volta, avevano un’anima ed occhi che non somigliavano a quelli nostri; nelle loro vene, con il sangue, scorreva qualcosa di scomparso: l’amore e l’ammirazione per la Bellezza”.

Per queste ragioni, agli amici di Villachincana offro con piacere questo breve compendio sulla bellezza di cui sono stati capaci i nostri avi, invitandoli a visitare il Museo regionale del carretto siciliano di Aci Sant’Antonio, nel catanese, il Museo interdisciplinare regionale di storia naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini, nel Palermitano, ed il Museo Etnografico siciliano “Giuseppe Pitrè” di Palermo, dove splendidi esemplari di carretti siciliani attendono occhi ancora capaci di stupirsi.       


 

 

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