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Giufà, personaggio planetario PDF Stampa E-mail
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SAGGISTICA - GIANNONE EUGENIO
Scritto da Eugenio Giannone   


  Giufà è un personaggio planetario che attraversa con estrema leggerezza confini, razze, religioni, lingue,  culture e generazioni diverse (Ongini, 1993, pag. 33). 

Quantunque qualcuno sostenga che sia frutto della  fantasia siciliana, egli è innegabilmente ascrivibile alla cultura araba    ( esisteva una tribù col suo stesso nome)  che in Sicilia ha lasciato tracce profonde  del suo passaggio.

  Gli Arabi in Sicilia si sentirono a casa e la trasformarono in un giardino fiorito; Palermo divenne una delle più  splendide città dell’ Islam. Molti poeti cantarono la bellezza della nostra Isola  e al momento della riconquista  cristiana ad opera dei Normanni, lasciando quella che ormai era diventata  la loro patria, ne portarono  indelebile nel cuore e nella mente il ricordo: molti versi trasudano nostalgia, come quelli di Ibn Hamdis, che  fra tutti fu il più grande.

    La cantò sicuramente anche Al Ballanubi, che visse nella nostra zona, la Sikanìa vera e propria, anche se non sappiamo esattamente dove; molto probabilmente a Kalat-Iblâtanu ( nel territorio dell’odierna Cianciana ).

     Di sicuro avevano inciso notevolmente sul tessuto culturale isolano.

    Giufà è planetario per due motivi: a) ovunque esiste lo scemo del villaggio, che talvolta si crede furbo; b) con diversi nomi è presente in Sicilia e nell’Italia  centromeridionale; nell’ Andalusia e nei Balcani; nei paesi del Maghreb e in Turchia; nel vicino e nell’estremo Oriente; insomma in tutte le zone della terra che hanno registrato  un’incisiva presenza araba,  una forte islamizzazione, insomma contatti frequenti con popolazioni musulmane. Così abbiamo Djeha in Algeria e in Marocco, Goha in Egitto, Gihane a Malta, Giaffah in Sardegna, Giucca in Toscana, Giucà in Albania etc. Nel teatro popolare padano-veneto abbiamo la maschera Zani e in Francia Jean le pec; Vi ricordo che in dialetto Gianni o Giovanni suona Giuvà o Giuà.   in Trentino esiste Turlulé e nei paesi anglosassoni Noodles. In Turchia il personaggio è noto col nome di Nasreddin Hocha.

    E’ altresì un personaggio proteiforme e contraddittorio perché se in alcune storielle appare scemo in altre è particolarmente furbo e in altre ancora è l’incarnazione della satira del potere.

    Molto probabilmente per alcuni il suo comportamento strampalato, grottesco, surreale, è l’espediente  per evitare guai peggiori di quelli nei quali s’è cacciato, per mettere alla berlina  chi di lui si ritiene più dotto e furbo e per non doversi acconciare o sottostare ad obblighi o servizi, o per far passare la buriana ( “fari lu fissa p’ ‘un jiri a la guerra “  si dice in Sicilia, oppure “ calati juncu cà passa la china”; e ancora “ fari lu fissa p’ ‘un pagari la duana” ).    

    Nella storiella “ Giufà tirati la porta” chi sbaglia non è lui; è la madre che non ha saputo esser chiara, come quando gli disse “ cala du’ favi” e lui ne mise a cuocere 1+1.

    Nemmeno il giudice  ( cfr. “ Giufà e li muschi”, in G. Pitrè, Fiabe, novelle e racconti, 4 Voll. , Palermo, 1875 ) ha saputo spiegarsi. E’ un generoso che non esita a difendere i più deboli o gli ingenui ( cfr. “Giufà e chiddu di la scummissa “, in Pitrè cit. ).

     Ma è anche un personaggio che non conosce misura e, nel bene e nel male, per indole è sempre indotto a strafare; tanto è vero che, per questo suo aspetto, è divenuto proverbiale e, a chi è sovrabbondante nel compiere determinate azioni, l’encomio che rivolgiamo è : “ Giufà “!

    Di uno che ne combina di tutti i colori , irrazionalmente, diciamo sempre che è un giufà; e lo stesso epiteto diamo a chi, dopo aver realizzato 99, si rifiuta, magari per pigrizia, di fare 100 per completare l’opera, confondendosi per così poco.

    A lui la città di Noto, capitale del barocco siciliano, ha dedicato qualche anno fa un convegno e l’estate, che ne hanno messo in evidenza l’interculturalità, facendolo giustamente assurgere a trait-d’union tra paesi geograficamente e culturalmente così lontani.

    Giufà è, comunque, un personaggio sempre vivo, eternamente giovane anche se in alcune storie appare ragazzo e in altre già maturo; ed è lo specchio delle nostre inquietudini, del nostro cuore generoso e della nostra ragione avara e taccagna. E’ un’invenzione didascalica che tanto potrebbe insegnare ai bambini ( e non solo ), inducendoli al riso per le ovvietà, che sono peccati veniali. I piccoli, crescendo, non lo imiterebbero. Ma oggi la Tv e il web stanno cancellando questa maschera didattica, sostituendola con personaggi disancorati, che non affondano radici in nessuna tradizione e poco o nulla hanno da insegnare.

    In ogni caso, siamo di fronte a un idiota, un ebete, un paladino della letteralità, un campione dell’evidenza ( “ quannu chiovi fa friddu “ – quando piove fa freddo), un furbo che, nato più di mille anni fa, tanto continua ad insegnarci, mettendo a nudo le nostre debolezze, le mille sfaccettature della nostra personalità ( siamo a volte ingenui, altre furbi:  talvolta mister Hyde, altre il dottor Jekyll: ora generosi, quindi egoisti ) e che ci induce costantemente a riflettere. 

   La complessità del personaggio merita altre ulteriori considerazioni o riflessioni.

Può essere considerato scemo un tizio al quale, alla fine, va tutto bene? O non sarà, per caso, l’altra faccia del nostro “io”, per cui tutti vorremmo fare e dire senza pagare dazio, infischiandocene delle convenzioni sociali?

Giufà, sostiene qualcuno, si trova all’incrocio di due tradizioni culturali: quella folklorica e popolare, anche orale,  e quella letteraria, se è vero, come è vero, che di lui hanno scritto autori come G. Verga, G. Deledda, N. Martoglio, F. Lanza, L. Sciascia, I. Calvino, G. Bonaviri e G. Bufalino, per restare ai più noti e non far cenno ai demologi. Quel che emerge da questa sequela è la capacità di Giufà di adattarsi a diversi registri narrativi per uscire sempre, nella sua saga, riconoscibile, rafforzato e ricco di ulteriori potenzialità.

Esiste un nesso tra Pirandello e Giufà? Secondo me sì e il grande drammaturgo agrigentino nella sua analisi dell’essere e dell’apparire è rimasto fulminato sulla strada del nostro personaggio. Penso che molti di voi ricorderanno la storiella “Mangiate vestitucci miei”. Riproponiamola. Era successo che Giufà, spinto dalla fame, s’era presentato in una masseria vestito da .. Giufà e ne era stato cacciato malamente. La madre allora gli acconciò degli abiti che il signorino sembrava un campiere. Si ripresentò nella stessa masseria, dove venne riverito e fatto sedere a tavola. Serviti gli spaghetti, Giufà ne mangiò qualche forchettata, poi con le mani, ne prese altri  e li strofinò addosso e cosi fece con la carne, dicendo:” Mangiate, vestitucci miei; perché voi e non io siete stati invitati”! 

Il suo comportamento, sostiene Marina Di Leo, sembra voler dimostrare che non sempre quello che appare è vero e non sempre quello che è vero appare, al punto da non poter spesso discernere tra realtà e fantasia, tra verità e menzogna. A questo proposito vorrei brevemente ricordare altre due storielle e chiudere il mio intervento, altrimenti qualcuno mi accuserà di volere strafare, come Giufà. Le potete leggere in due saggi fondamentali: F. M. Corrao, Giufà , il furbo, lo sciocco, il saggio, Milano 1991 e M. Di Leo, Le storie di Giufà, Palermo 1996.

 

   Giufà compra degli asini e si avvia verso casa montando su uno di essi. Lungo la strada si volge a contare gli animali, ma dimenticando quello sul quale sta in groppa, crede di averne perso uno. Preoccupato, smonta e riprova a contarli: questa volta sono dieci. Rimonta in sella e conta un’altra volta: sono nove. Ripete più volte l’operazione finché si rassegna ad andare a piedi: Meglio guadagnare un asino piuttosto che perderne uno per stare seduto!

   Il protagonista di quest’altra storiella è Nasreddin Hocha, il Giufà turco, il quale per convincere alcuni ragazzi a smettere di importunarlo, inventa loro che a casa del sindaco è in corso una distribuzione di dolci. Ma non appena i ragazzi si allontanano nella direzione indicata, Giufà viene assalito dal dubbio: “E se quello che ho detto è vero”? E prende la stessa via!

 
Il Vento nelle “Voci del feudo” di Alessio Di Giovanni PDF Stampa E-mail
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SAGGISTICA - GIANNONE EUGENIO
Scritto da Eugenio Giannone   
Tra le tante voci del feudo, nell’opera omonima di Alessio Di Giovanni,  spicca per la sua intensa presenza il Vento, che il poeta ciancianese ha saputo cantare come nessuno prima.
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