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Mercoledì 15 Dicembre 2018
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"VILLACHINCANA"
1957 VIA MOSCATO IV° parte PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da G. PILIZZI   

Sul finire dell’estate, la quiete di via Moscato veniva disturbata dall’insistente ronzio di fastidiosissime vespe. Ad ogni vespa che passava c’era sempre qualcuno che diceva: “tempu di vinnigna è”. La strada cominciava, allora, ad accogliere botti e “carrateddi” di tutti “li iusi” per essere lavati e trattati con intrugli aromatici vari. A quel punto, trovavo la spiegazione al motivo per il quale la buccia di ogni arancia, consumata nel periodo invernale, veniva sistematicamente appesa a qualche chiodo della cucina e lasciata lì per tanti mesi. Da lì a qualche giorno l’odore acre del mosto avrebbe invaso tutto il paese.

Mentre i tempi della natura dettavano i ritmi di lavoro e con essi quelli della vita, la quotidianità veniva scandita dalle giornate della settimana: il lunedì era il giorno del bucato. I panni, dopo l’ammollo con la liscia nelle pile di legno zincate e una vigorosa “stricata”, venivano cosparsi di sapone mollo e stesi sui balconi o sul selciato della strada, sfruttando così l’effetto sbiancate del sole; il martedì ai fili di tutti i balconi, candidi lenzuoli, appesi alle canne “cu li ghiacchi”, riempivano la strada di un fresco profumo di pulito che, l’indomani, sotto il calore dei ferri da stiro, diventava ancora più penetrante.

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Libero pensiero di PIETRO ABELARDO (1079-1142) PDF Stampa E-mail
SAGGISTICA - TAORMINA FRANCESCO
Scritto da Administrator   

Libero pensiero di PIETRO ABELARDO (1079-1142)

Testo: “Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano”

Abelardo sogna la pace. Dopo continue battaglie intellettuali nelle diverse scuole di Francia, maestro di “logica” ed “etica” alla scuola di Parigi, il monaco vive l’ultima della sua vita al monastero di Cluny.
Dopo la dura condanna subita al concilio di Sens, dove Bernardo di Clairvaux (Bernardo di Chiaravalle fondatore dell’abazia di Chiaravalle di Milano), lo sconfisse sulle tesi teologiche nel disegno di un nuovo Cristianesimo naturale e aperto.
A Cluny Abelardo scrive il dialogo come un sogno dettato dal desiderio, ma guidato dalla ragione.
Le influenze strutturali del testo sono Platoniche, con carico di metafore, comune peraltro ai maestri di Chartres. Solo alcuni decenni dopo la morte di Abelardo, si riscoprirà tutta l’opera Aristotelica attraverso un movimento siciliano e spagnolo, grazie agli studi di alte menti venuti dall’Islam.
Dunque, se il dialogo sembrerebbe dibattuto tra religione rivelata, Cristianesimo da essa derivante, e Filosofia, Abelardo nel XXII secolo compie un vero azzardo. Il filosofo confessa di essere circonciso e di appartenere alla dinastia di Ismaele.
Da ciò è facile supporre la contemporaneità con Averroe dato gli anni, che dai suoi studi nacque la ricerca Averroista nella nascente Universitas di Padova.
Così il dialogo che è un sogno, non si svolge unicamente tra un filosofo, un giudeo e un cristiano; ma anche con un islamico. Ma questo purtroppo costò a Pietro Abelardo la dura prova di Cluny.

francesco taormina


 

 
CIANCIANA . luoghi noti e meno noti PDF Stampa E-mail
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GRAFICA E FOTOGRAFIA - ARFELI PIETRO
Scritto da Administrator   
 
LA SVEGLIA DEI TAMBURINI PDF Stampa E-mail
SAGGISTICA - TAORMINA FRANCESCO
Scritto da Administrator   

 
“Le vie dei tesori” PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da A. Chiazza   

Le vie dei tesori”

 

Si è conclusa qualche giorno fa a Palermo, l’interessante manifestazione Le Vie dei Tesori, che ha dato la possibilità di visitare tanti siti-storici della città normalmente non sono fruibili.

La manifestazione, nata otto anni fa per celebrare il Bicentenario dell’Ateneo di Palermo, è diventata un Festival che mette in moto 60 istituzioni, con l’obiettivo di valorizzare i loro beni materiali e immateriali. Quest’anno sono stati aperti al pubblico62 luoghi, mentre la città è stata percorsa da 80 passeggiate d’autore condotte da esperti, giornalisti, professori ed è stata animata da un cartellone ricco di oltre 100 eventi tra dibattiti, mostre, incontri, presentazioni di libri, spettacoli e letture.

Palermo si è aperta interamente, dalle dimore nobiliari ai vicoli della città multietnica, grazie alla rete di istituzioni che sono state coinvolte, tra cui l’Università, il Comune di Palermo, la Soprintendenza ai Beni culturali, la Diocesi, la Fondazione Federico II, la Soprintendenza del Mare, l’Autorità portuale, l’Arma dei Carabinieri, l’Esercito, il Teatro Massimo, il Teatro Biondo, il Conservatorio Bellini, l’Accademia di Belle Arti, con la collaborazione, infine, di una fitta rete di realtà e associazioni, tra cui il Salvare Palermo, Italia Nostra, l’Osservatorio Astronomico, il Clac, (Centro laboratorio di Arti contemporanee) e l’associazione "Insieme per Danisinni".

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Trasporto del grano PDF Stampa E-mail
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USI E COSTUMI - USANZE
Scritto da / a cura di Agostino D'Ascoli   
Il trasporto del grano, dalla campagna in paese, avviene per mezzo di muli che tutti insieme costituiscono una o più redini "retini".
Una retina è composta, per lo più, da otto muli e da un capo retina che li precede.
I primi portano mezza salma di grano ciascuno, in due bisacce
"visazzi", mentre il "capu retina" ne porta quattro tumuli "tummina" più il mulattiere che lo cavalca "lu vurdunaru".
Il mulattiere va cantando canzonette d'amore e se "li retini" sono due i mulattieri cantano alternativamante.
 
1957 VIA MOSCATO III° parte PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Giuseppina Pulizzi   

La strada non lesinava la presenza di belle signorine, ma anche la presenza di bei giovanotti.

Così finì che alcuni si sposarono fra di loro: le sorelle Marino, Ciecia e Maria sposarono i fratelli Castellano, Felice e Davide, Tita Di Noto sposò mio zio Nino Soldano, il fratello di mia madre. Si, perché in via Moscato, di fronte casa nostra abitavano pure i miei nonni materni. Questo mi consentì, dopo il nostro trasferimento a Palermo, di non perdere mai il legame con quella strada, perché tutte le estati e tutte le vacanze scolastiche le trascorrevo a Cianciana, a casa dei nonni.

Ma ripartendo dal periodo in cui le signorine di Via Moscato mi spupazzavano al suon di Marina, Marina, e i giovanotti, insieme ai padri, ogni mattina all’alba partivano verso le campagne del circondario per rientrare la sera a tarda ora, ricordo che le giornate estive trasformavano la strada in un cantiere di lavoro in cui tutte le donne si dedicavano alla finitura dei prodotti della terra. Le mogli di li “burgisi” si trasformavano in direttori dei lavori delle altre donne che, in cambio di qualche “munniddata”di prodotto finito o “di scorci pi lu focu”, prestavano la loro opera. Si cominciava, in giugno con la “spicchiata” delle fave, provvista che per le fredde serate invernali avrebbe assicurato pasti caldi e a buon mercato come “li gidi cu lifavi”, “li favi a bozza”, “la pasta cu li gasoli o li linticchi cotti cu un pugnu di favi spicchiati”, lu maccu di favi”. Luglio era anche il mese di maturazione “di li bifari”. Così le donne più giovani della Via Moscato, fra le quali anche mia madre, prima di andare a letto, si davano appuntamento per l’indomani mattina all’alba “pi iri a ficu”. “mammì mi ci porti?” chiedevo a mia madre. “si bedda mè, dumani matina t’addivigliu prestu e veni cu ‘nnatri”.

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UN GIOIELLO DEL SETTECENTO SICILIANO LA CHIESA DI SAN BENEDETTO ALLA BADIA A CACCAMO PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da Administrator   

UN GIOIELLO DEL SETTECENTO SICILIANO

LA CHIESA DI SAN BENEDETTO ALLA BADIA A CACCAMO    

 

Fu un cinquantennio di grande calamità per la Sicilia quello tra il 1500 e il 1550: Kair-ed-dim, il corsaro soprannominato “Barbarossa”, infestava il Mediterraneo e le sue coste. Le città venivano saccheggiate ed i cittadini fatti prigionieri e venduti come schiavi. Capitò anche che alcuni monasteri fossero violati e le suore rapite. Questi fatti provocarono grande sconcerto tra le autorità laiche e religiose del tempo che impegnarono energie e denaro per risolvere il problema. Ma inutili risultarono gli sforzi dell’imperatore Carlo V e inefficaci si rivelarono le azioni del genovese Andrea Doria per mitigare questi mali.

Per la salvaguardia delle religiose, nel Concilio di Trento si stabilì che tutte le comunità di suore esistenti fuori le città dovessero trasferirsi entro l’abitato. Così, nel 1572, fu fondato il monastero di Santa Maria La Mensa, dentro la cinta muraria di Caccamo. La cittadina sorge su una collina a circa venticinque chilometri ad est di Palermo e il suo centro abitato si sviluppa attorno al più grande castello della Sicilia. Le molte chiese ivi edificate nel corso dei secoli conservano opere di artisti come Francesco Laurana, Antonello Gagini, Matthias Stomer, Simone De Wobrek di Harlem, Jan Van Houbraken e Guglielmo da Pesaro.

Ma, tornando a quanto accaduto nel monastero di Santa Maria la Mensa,

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1957 VIA MOSCATO II° parte PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Giuseppina Pulizzi   

Mi sono innamorato di Marina,
una ragazza mora,ma carina.
Ma lei non vuol saperne del mio amore.
Cosa faro’ per conquistarle il cuore.

Un giorno l’ho incontrata sola sola,
il cuore mi batteva a mille all’ora.
Quando le dissi:
“Io ti voglio amare”,
mi diede un bacio e l’amore sboccio’.



Marina,Marina, Marina,
ti voglio al piu’ presto sposar
Oh mia bella mora no non mi lasciare,
non mi devi rovinare.
O no no no no no.




Non sono più riuscita a dimenticare le parole di questa canzone che, nel 1959, costituirono la colonna sonora di Via Moscato. La mattina, allora bambina di due anni, mi svegliavo al suono di questa canzone, la sera mi addormentavo al suono di questa canzone. Solo oggi, verificando l’anno di successo della canzone, io stessa, mi sono stupita della circostanza di avere conservato ricordi risalenti ai primi anni della  mia vita. Con molta probabilità, la mia mente, ha voluto custodire indenne il breve periodo della mia felice infanzia. In quel periodo la via Moscato pullulava di ragazze in età di marito che  in questa canzone, penso,  trovassero la speranza di incontrare al più presto l’uomo della loro vita.  C’erano le sorelle Dato: Fina e

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QUELL’ ULTIMO CAFFE’ PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Angela Chiazza   

XII Concorso nazionale di narrativa                                                                                      

QUELL’ ULTIMO CAFFE’

Dritto, davanti alla finestra, con gesti precisi ed uguali, annodava la cravatta.

Gli occhi sulla piazza che si illuminava del nuovo giorno. Respirava piano, quasi a voler cancellare   la sua presenza in quello spazio.

Dalla cucina si percepiva il gorgoglio della moka e l’odore del caffè si sprigionava in tutta la casa.

Lo versava nell’anonima tazza bianca che con il tempo si era ingiallita, assumendo un effetto decrolè.  Stile che si era impadronito pian piano di tutti i metri quadri dell’appartamento, delle cose che lo riempivano e persino della sua persona a cominciare dalla pelle.

La sollevava con tutto il piattino, poi ne afferrava il manico e la portava alle labbra chiudendo gli occhi.

Era uno dei pochi momenti graditi della giornata. Il caffè, amaro, si posava sulla lingua scottandola per poi espanderne l’aroma fin dentro le narici. Scendeva lungo la gola lasciando quel retrogusto gradevole che l’avrebbe accompagnato fino al caffè successivo.

Il resto della bevanda veniva lasciato all’interno della caffettiera ad annerirne le pareti. L’alluminio aveva perso, così, il suo grigio brillante per confondersi con il colore del caffè. Più nera la caffettiera, più buona la bevanda e più densa.

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(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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