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Venerdì 24 Marzo 2017
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"VILLA CHINCANA"

                            "P. Arfeli"

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"VILLACHINCANA"
1957 VIA MOSCATO III° parte PDF Stampa E-mail
REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Giuseppina Pulizzi   

La strada non lesinava la presenza di belle signorine, ma anche la presenza di bei giovanotti.

Così finì che alcuni si sposarono fra di loro: le sorelle Marino, Ciecia e Maria sposarono i fratelli Castellano, Felice e Davide, Tita Di Noto sposò mio zio Nino Soldano, il fratello di mia madre. Si, perché in via Moscato, di fronte casa nostra abitavano pure i miei nonni materni. Questo mi consentì, dopo il nostro trasferimento a Palermo, di non perdere mai il legame con quella strada, perché tutte le estati e tutte le vacanze scolastiche le trascorrevo a Cianciana, a casa dei nonni.

Ma ripartendo dal periodo in cui le signorine di Via Moscato mi spupazzavano al suon di Marina, Marina, e i giovanotti, insieme ai padri, ogni mattina all’alba partivano verso le campagne del circondario per rientrare la sera a tarda ora, ricordo che le giornate estive trasformavano la strada in un cantiere di lavoro in cui tutte le donne si dedicavano alla finitura dei prodotti della terra. Le mogli di li “burgisi” si trasformavano in direttori dei lavori delle altre donne che, in cambio di qualche “munniddata”di prodotto finito o “di scorci pi lu focu”, prestavano la loro opera. Si cominciava, in giugno con la “spicchiata” delle fave, provvista che per le fredde serate invernali avrebbe assicurato pasti caldi e a buon mercato come “li gidi cu lifavi”, “li favi a bozza”, “la pasta cu li gasoli o li linticchi cotti cu un pugnu di favi spicchiati”, lu maccu di favi”. Luglio era anche il mese di maturazione “di li bifari”. Così le donne più giovani della Via Moscato, fra le quali anche mia madre, prima di andare a letto, si davano appuntamento per l’indomani mattina all’alba “pi iri a ficu”. “mammì mi ci porti?” chiedevo a mia madre. “si bedda mè, dumani matina t’addivigliu prestu e veni cu ‘nnatri”.

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UN GIOIELLO DEL SETTECENTO SICILIANO LA CHIESA DI SAN BENEDETTO ALLA BADIA A CACCAMO PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da Administrator   

UN GIOIELLO DEL SETTECENTO SICILIANO

LA CHIESA DI SAN BENEDETTO ALLA BADIA A CACCAMO    

 

Fu un cinquantennio di grande calamità per la Sicilia quello tra il 1500 e il 1550: Kair-ed-dim, il corsaro soprannominato “Barbarossa”, infestava il Mediterraneo e le sue coste. Le città venivano saccheggiate ed i cittadini fatti prigionieri e venduti come schiavi. Capitò anche che alcuni monasteri fossero violati e le suore rapite. Questi fatti provocarono grande sconcerto tra le autorità laiche e religiose del tempo che impegnarono energie e denaro per risolvere il problema. Ma inutili risultarono gli sforzi dell’imperatore Carlo V e inefficaci si rivelarono le azioni del genovese Andrea Doria per mitigare questi mali.

Per la salvaguardia delle religiose, nel Concilio di Trento si stabilì che tutte le comunità di suore esistenti fuori le città dovessero trasferirsi entro l’abitato. Così, nel 1572, fu fondato il monastero di Santa Maria La Mensa, dentro la cinta muraria di Caccamo. La cittadina sorge su una collina a circa venticinque chilometri ad est di Palermo e il suo centro abitato si sviluppa attorno al più grande castello della Sicilia. Le molte chiese ivi edificate nel corso dei secoli conservano opere di artisti come Francesco Laurana, Antonello Gagini, Matthias Stomer, Simone De Wobrek di Harlem, Jan Van Houbraken e Guglielmo da Pesaro.

Ma, tornando a quanto accaduto nel monastero di Santa Maria la Mensa,

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1957 VIA MOSCATO II° parte PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Giuseppina Pulizzi   

Mi sono innamorato di Marina,
una ragazza mora,ma carina.
Ma lei non vuol saperne del mio amore.
Cosa faro’ per conquistarle il cuore.

Un giorno l’ho incontrata sola sola,
il cuore mi batteva a mille all’ora.
Quando le dissi:
“Io ti voglio amare”,
mi diede un bacio e l’amore sboccio’.



Marina,Marina, Marina,
ti voglio al piu’ presto sposar
Oh mia bella mora no non mi lasciare,
non mi devi rovinare.
O no no no no no.




Non sono più riuscita a dimenticare le parole di questa canzone che, nel 1959, costituirono la colonna sonora di Via Moscato. La mattina, allora bambina di due anni, mi svegliavo al suono di questa canzone, la sera mi addormentavo al suono di questa canzone. Solo oggi, verificando l’anno di successo della canzone, io stessa, mi sono stupita della circostanza di avere conservato ricordi risalenti ai primi anni della  mia vita. Con molta probabilità, la mia mente, ha voluto custodire indenne il breve periodo della mia felice infanzia. In quel periodo la via Moscato pullulava di ragazze in età di marito che  in questa canzone, penso,  trovassero la speranza di incontrare al più presto l’uomo della loro vita.  C’erano le sorelle Dato: Fina e

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QUELL’ ULTIMO CAFFE’ PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Angela Chiazza   

XII Concorso nazionale di narrativa                                                                                      

QUELL’ ULTIMO CAFFE’

Dritto, davanti alla finestra, con gesti precisi ed uguali, annodava la cravatta.

Gli occhi sulla piazza che si illuminava del nuovo giorno. Respirava piano, quasi a voler cancellare   la sua presenza in quello spazio.

Dalla cucina si percepiva il gorgoglio della moka e l’odore del caffè si sprigionava in tutta la casa.

Lo versava nell’anonima tazza bianca che con il tempo si era ingiallita, assumendo un effetto decrolè.  Stile che si era impadronito pian piano di tutti i metri quadri dell’appartamento, delle cose che lo riempivano e persino della sua persona a cominciare dalla pelle.

La sollevava con tutto il piattino, poi ne afferrava il manico e la portava alle labbra chiudendo gli occhi.

Era uno dei pochi momenti graditi della giornata. Il caffè, amaro, si posava sulla lingua scottandola per poi espanderne l’aroma fin dentro le narici. Scendeva lungo la gola lasciando quel retrogusto gradevole che l’avrebbe accompagnato fino al caffè successivo.

Il resto della bevanda veniva lasciato all’interno della caffettiera ad annerirne le pareti. L’alluminio aveva perso, così, il suo grigio brillante per confondersi con il colore del caffè. Più nera la caffettiera, più buona la bevanda e più densa.

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"DALLA PIRRERA A CHARLEROI" omaggio ai minatori ciancianesi. PDF Stampa E-mail
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POESIA - D'ANGELO GASPARE
Scritto da Gaspare Prof. D'Angelo   

Che Cianciana sia ( ed è sempre stato) un paese di artisti, dove l'Arte spazia in diversi campi, è risaputo. Vi invito a visitare il sito  www.dinovaccaro.webs.com , Ammirate quest'opera di Dino "Dalla Pirrera a Charleroi" e poi, se avete voglia, leggete questa mia breve nota:
              ______________________________________________________
Dino Vaccaro è sempre stata una persona eclettica. Ecco perché non mi sorprende vederlo nei panni dell'artista dalla pennellata decisa. Ci conosciamo e siamo amici da sempre; ricordo il suo fondamentale contributo creativo per Radio Onda Libera e l'ARCI di Cianciana sin dalla fine degli anni Settanta. 
Dino ha sempre saputo trasformare il gaberiano concetto di idea in pratica sociale, dall'astratto al concreto. E, come in questo caso, sa bene invertire i termini concettuali passando, con successo, dal concreto sociale ad una forma di rappresentazione figurativa. Dalla Pirrera a Charleroi è l'opera di Vaccaro che più mi ha colpito. Noi Ciancianesi lo zolfo l'abbiamo nel sangue (entrambi i miei nonni erano surfarara); chi non ha sentito parlare delle sofferenze dei minatori che si calavano, sovente nudi, per estrarre quel tozzo di pane quotidiano? E, quando a Cianciana le miniere furono chiuse,

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CARTEGGIO 1962-1969 Carlo Betocchi – Erminio Cavallero PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Rosalia Cavallero e Pietro Arfeli   

CARTEGGIO 1962-1969 Carlo Betocchi – Erminio Cavallero

       Neanche un mese fa, il 28 maggio alle ore 17,30, nella Sala Ferri di Palazzo Strozzi a Firenze, è stato presentato il volume relativo al carteggio tra i due poeti Betocchi e Cavallero, come da titolo, a cura di Sara Lombardi e con la prefazione di Giuseppe Langella – Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2013 – Archivio della Letteratura Cattolica (Università Cattolica di Milano).

      Hanno partecipato Anna Dolfi, Andrea Jengo, Giuseppe Langella, Marco Marchi, Sara Lombardi e la figlia di Erminio Cavallero, Rosalia, insegnante di discipline pittoriche presso il Liceo Artistico e oggi in pensione, che si è dedicata per anni alla custodia e al riordino di tutti gli scritti lasciati dal padre, morto prematuramente. Attraverso accurate ricerche Rosalia ha anche cercato presso fondi di altri scrittori, lettere e scritti del padre a loro indirizzati, per arricchire il materiale in suo possesso.

 Il "Carteggio C.Betocchi- E.Cavallero" che contiene più di cento lettere che i due poeti si scambiarono durante gli anni della loro amicizia (1962-1969) è un risultato di queste ricerche.

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1957 Via Moscato PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Giuseppina Pulizzi   

I miei più antichi ricordi di Cianciana sono legati al periodo della mia infanzia trascorsa in via Moscato dal 1957 al 1963. In quel periodo, ancora non afflitto dal massiccio svuotamento del centro storico, la Via Moscato, popolata in ogni abitazione che su di essa si affacciava, non aveva la fisionomia di una strada, ma di una promanazione dei piccoli spazi domestici, al punto che le famiglie che vi abitavano finivano con l’essere un’unica grande famiglia. I bambini erano figli della comunità, io stessa ho beneficiato della generosità della zia Assunta che, prodiga di latte materno, non esitò a contribuire al mio allattamento e chi poteva si prestava a spupazzarci per consentire alle mamme l’assolvimento delle quotidiane faccende domestiche; le donne diventando così le mamme di tutti, si relazionavano in rapporti di fraterna collaborazione e le poche ore in cui la strada si svuotava dal loro cicaleggio era quando, uno dopo l’altro, rincasavano gli uomini dopo una giornata di faticoso lavoro. Era quello il momento in cui ogni donna, chiamando a raccolta i figli, rientrava fra le mura domestiche al seguito del proprio consorte in atteggiamento di devota riconoscenza. La famigliari si riuniva così attorno al desco familiare e provava a vivere il proprio spazio di privacy. Ma la Via Moscato è così stretta che, in realtà, la riservatezza di ognuno cominciava là dove gli altri si imponevano di far finta di non aver sentito o di non avere visto nulla. Dopo cena, uno alla volta, si tornava in strada a rubare al sonno le ore più fresche della giornata perché, nelle belle stagioni, le porte delle case si spalancavano al sorgere del sole e lasciavano fuori la strada solo quando il sonno aveva il sopravvento anche sul bisogno di godere dell’ultimo filo di brezza. Penso che se la Via Moscato potesse parlare, ci racconterebbe di una comunità solidale e affiatata in cui anche gli sporadici episodi di banali litigi, consumati a suon di parolacce e di tirate di capelli, hanno contribuito a rendere più forte il legame fra tante persone perbene.

(FINE 1ª PUNTATA……………………CONTINUA)                                                                                                     G.P.

 
“I FASCI SICILIANI. E POI…?” PDF Stampa E-mail
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SAGGISTICA - GIANNONE EUGENIO
Scritto da /a cura di Eugenio Prof. Giannone.   
“I FASCI SICILIANI. E POI…?” MOSTRA SULLA CIVILTA’ CONTADINA,PASTORALE E MINERARIA DEI PRIMI 50 ANNI DEL XX SECOLO SPONSORIZZATA DA UNIONE DEI COMUNI PLATANI QUISQUINA MAGAZZOLO REPERTORIO FOTOGRAFICO: BIBLIOTECA COM.LE DI CIANCIANA, FONDO ARCI-GIANNONE WWW. LOTTE CONTADINE SICILIANE WWW. EMIGRAZIONE SICILIANA - REPUBBLICA ARCHIVIO PRIVATO F. PENDINO ARCHIVIO PRIVATO V. LETO BARONE ARCHIVIO PRIVATO A. LETO
 
I FASCI UNIONE DEI COMUNI PDF Stampa E-mail
SAGGISTICA - GIANNONE EUGENIO
Scritto da EUGENIO PROF. GIANNONE.   
La Sicilia post-unitaria Situazione socio-economica All'indomani dell'Unità d'Italia la Sicilia, secondo alcuni, possedeva tutti gli elementi necessari al suo decollo economico commerciale-industriale. In altre parole, era opinione diffusa che sarebbe bastato qualche decennio di buon governo sabaudo per fare della perla del Mediterraneo, ormai libera delle pastoie burocratiche borboniche, un'oasi felice di ricchezza ed il ponte naturale tra Europa ed Africa. Era realmente così? O fu veramente colpa dei piemontesi non essersi accorti delle reali condizioni dell'Isola e della sua arretratezza plurisecolare, della povertà endemica di una terra potenzialmente ricca ma appena svincolata dai lacci del feudalesimo? Forse molti la confondevano con l'eden, con la terra del mito, dell'eterna primavera di Demetra e Core, col granaio romano, con la leggenda degli Svevi; per taluni era sinonimo di fragranze, di mandorle grosse come noci, di frutti copiosi: un paese esotico cui sarebbe bastata una certa stabilità politico-amministrativa, soddisfare alcune esigenze per eliminare ogni problema. Quale italiano conosceva effettivamente la Sicilia, che più che da Torino, Milano o Firenze negli ultimi secoli era stata attratta dai salotti parigini? E la cui classe dirigente aveva avversato sistematicamente tutti i tentativi di ammodernamento dei suoi viceré?
 
LA BIDDINA – LA CULOVARA PDF Stampa E-mail
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NARRATIVA - D'ANGELO GIOVANNI
Scritto da Giovanni D'angelo (Giuggiu)   

(Animale endogeno leggendario) Qualsiasi metodo andava bene pur di non fare avvicinare all’orto, all’albero di pere, all’aranceto o alla vigna, certe frotte di picciotti; ragazzi che ogni tanto si riunivano per fare delle visitine in posti conosciuti, in cerca di qualche primizia da gustare e da mettere nel loro famelico stomaco. Molte erano le persone che andavano per i campi in cerca di verdura, di legna da ardere, o per racimolare qualcosa da portare a casa. Per evitare di essere rubati i contadini erano soliti, in mancanza di una casupola ove ripararsi delle piogge o dei raggi de sole, costruire “lu pagliaru”, dentro cui si riparavano dalle avversità atmosferiche o semplicemente per non farsi vedere da occasionali, furtivi, volontari visitatori. Specie d’estate, le visite inaspettate erano frequenti, non solamente per rubare frutti della terra, ma anche per “scassari” qualche casa di campagna e rubare qualche arnese o suppellettile; da qui il detto “scassapagliara” per indicare dei ladri di infimo gusto. Un pezzo d’orto, “cu li pumadoru e li battagliuna”,

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(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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