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Sabato 27 Maggio 2017
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"VILLA CHINCANA"

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"VILLACHINCANA"
LA VECCHIA DELL’ACETO PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da Administrator   

Una storia esemplare di Sicilia

di Giuseppe La Rosa

 

Sul far della sera del 30 luglio 1789, nella città di Palermo una gran folla si stava recando a Piazza Vigliena: i Quattro Canti.

Nella città siciliana, una tale assemblea di popolo si riuniva per assistere ad un’esecuzione esemplare.

Piazza Vigliena era tutta parata a lutto; ampli tendaggi neri coprivano le statue delle quattro cantonate e, nel centro della piazza, si ergeva un funebre palco con la forca.

Le vie adiacenti brulicavano di gente e i balconi dei palazzi ospitavano gli aristocratici. Le carrozze con le quali i nobili erano giunti al centro di Palermo sostavano numerose nel grande spiazzo della Marina.

L’attesa era immensa e molti provavano un certo senso di piacere per lo spettacolo che attendevano.

Quando il portone delle carceri si spalancò, un manipolo di soldati si dispose su due file ai lati dell’ingresso. Con incedere lento, venne fuori un alfiere con uno stendardo rosso su cui erano cucite, usando un filo dorato, le parole latine: Dixite justitiam populi. Dietro seguivano dei soldati in divisa scarlatta seguiti, a loro volta, dagli araldi della Gran Corte di Giustizia, a cavallo ed in divisa nera. Per ultimi uscirono gli uomini della compagnia dei Bianchi, istituita nel 1541 dal vicerè Ferdinando Gonzaga allo scopo di assistere i condannati a morte. Nelle ultime file, accompagnata da due frati, a dorso di una mula guidata dal boia in abito scarlatto, comparve la condannata.

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ANCORA RICORDI:::::: PDF Stampa E-mail
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NARRATIVA - CHIAZZA ANGELA
Scritto da ANGELA CHIAZZ   

Lo ricordo così: il fumo delle sigarette saliva lento, mischiandosi con quello del cono di luce che trasmetteva le immagini sullo schermo. I posti a sedere erano sempre esauriti, specie nelle fredde giornate invernali. La maschera con la torcia fendeva le file in cerca di qualche poltrona libera, ma il fatto che non ce ne fossero non era un deterrente sufficiente: la gente entrava ugualmente sostando numerosa lungo le pareti verdognole.

L’aria era satura di odori e  per le narici saliva un misto acre di respiri e di vaniglia proveniente dal bar adiacente. Di tanto in tanto qualcuno sgranocchiava snack e allora si poteva sentire il fruscio delle carte delle confezioni e il lavorio delle mandibole in azione; sovente il silenzio veniva interrotto anche da qualcuno che, avendo già visto il film, ne anticipava le scene. Talvolta interveniva anche il pianto di un bambino, annoiato o spaventato dal buio della sala, a distogliere l’attenzione…. Per ogni caso vari “Shhhhhhhhhhhhhh” percorrevano tutta la sala.

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Il racconto del mondo PDF Stampa E-mail
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SAGGISTICA - TAORMINA FRANCESCO
Scritto da F- Taormina   

  Prima degli esordi della ragione il teatro apre i battenti come radice della figura umana, si presenta come messa in scena di corpi, di desideri e di discorsi, in tal guisa segue il racconto.

     Questi implica il tempo, ovvero la Cosmologia e la Cronologia della parola; tuttavia cosmo e racconto, secondo l’ideale pitagorico hanno in comune la musica. La Cosmologia si presenta allora come bellezza di un ordine ben delineato, ripartito; ordine naturale del cielo e della terra illustrato in quel dato discorso umano che crea il cosmo stesso.

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RICORDI 3 di Angela Chiazza PDF Stampa E-mail
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NARRATIVA - CHIAZZA ANGELA
Scritto da Angela Chiazza   

 

In ogni paese ci sono persone  che, per qualche strana alchimia, sono conosciute da tutti ed esisteranno sempre nel racconto di chi li ha incrociati, anche per poco, sul proprio cammino. Resteranno sepolte e  vive,  rimarranno come chiese, case o vie nella storia di quel luogo. Basterà citarle per paragonare la loro vita ad altri nella buona o nella cattiva sorte. Come meafora, i loro nomi, i loro visi,  saranno presenti sempre tra dicerie e realtà, tra leggende e verità.In ogni paese c’è né uno, o forse più di uno.

Alcune, io le ricordo così, come figure d’altri tempi. Due sorelle, una dalla figura esile, vestita sempre di scuro, austera nel suo aspetto, mai senza calze neanche in estate, mai senza braccia scoperte, con i capelli raccolti in una crocchia bassa sopra la nuca, con le caviglie ossute su scarpe antiche; l’altra più piena, con un taglio di capelli da bambina, con una corta frangia sulla fronte e due mollette a fermare le ciocche dei capelli chiari dietro le orecchie. I suoi vestiti erano di colori smunti e il modello ricordava quello dei vestiti dell’infanzia, con il colletto di pizzo e i bottoni di madreperla rigorosamente chiusi nelle asole fino al collo, la cucitura alla vita si allargava sulla gonna, lunga alla caviglia, con delle pieghe verticali, le calzette erano corte e le scarpe anch’esse un po’ da bambina. Anche gli occhiali completavano quell’aspetto di attempata adolescente.

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LA BARONESSA DI CARINI PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da Administrator   

 

LA BARONESSA DI CARINI - di Giuseppe La Rosa

 

A pochi chilometri dalla città di Palermo, sul percorso che conduce alla parte occidentale della Sicilia, terra di saline e di ricordi delle mattanze delle tonnare, s’erge maestoso il castello di Carini. Imbalsamato dal delirio della zagara d’arancio e dagli effluvi del mare, il maniero carinese sembra narrarci, quasi lasciando cadere una lacrima, una terribile e pietosa tragedia d’amore.

Un ignoto poeta dialettale del ‘500 compose una bella poesia nella quale, con minuzie di particolari, racconta commuovendoci che, al tempo in cui i palermitani guerreggiavano contro i messinesi, la bella figliola del barone di Carini s’innamorò di un valoroso cavaliere messinese, essendo da lui teneramente ricambiata. Appena però il padre di lei conobbe i sentimenti della figlia per quello che egli considerava un nemico, la fece immediatamente rinchiudere in un suo palazzo di Palermo. Ma l’amore non conosce ragioni né ostacoli e la giovane baronessa trovò modo di fuggire con l’uomo che amava. I due si rifugiarono nel castello di Carini e lì vissero per qualche tempo felici. Il poeta canta:

 

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ALESSIO DI GIOVANNI i luoghi e la memoria. PDF Stampa E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Doriana Consiglio   

Università agli studi di Palermo - Facoltà di Lettere e Filosofia - Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali.

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Omaggio al nostro Alessio Di Giovanni. Il figlio piu illustre di Cianciana.

UN INTERESSANTE E BELLISSIMO VIDEO-DOCUMENTARIO CURATO E REALIZZATO DA DORIANA CONSIGLIO.

QUANDO SI DICE: " PAISI DI STRANII".... CIANCIANA!... LASCIATEMI MUOVERE QUESTO APPUNTO-DISAPPUNTO. BUONA VISIONE E BUON ASCOLTO.

 Agostino D'ascoli

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GUARDA IL VIDEO

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RICORDI (2) - Angela Chiazza PDF Stampa E-mail
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NARRATIVA - CHIAZZA ANGELA
Scritto da Chiazza Angela   

 


Il paesaggio invernale. Così diverso da quello appena passato… così vario. Sfumature di verde che si inseguono e si alternano a tratti di scuro marrone. Campi arati a campi incolti dove i fiori scarlatti della sulla fanno la prima comparsa. Vigneti privi di frutto e ulivi ancora da alleggerire, ogni tanto un nuovo specchio d’acqua.
Quante volte ho percorso questa strada che dalla mia vita attuale mi riporta al mio passato.
La strada, sempre uguale, a causa di qualche curva, dà alla mia testa un leggero senso di leggerezza e di  vertigine.
La radio emette strani suoni confusi; in lontananza, addossati ai piedi di qualche collina o adagiati in una valle, fanno capolino paesi; foglie morte giocano con il vento mentre stormi di uccelli si rincorrono formando le ultime parabole. Dalla strada grigia i miei occhi si staccano e si chiudono, per riaprirsi nella mia mente sulla strada della mia infanzia.
Erano ricche di porte spalancate, quelle strade, e di voci, di odore di azzolu di biancheria stesa al asciugare, di festa di colori ma anche di pianti e di silenzi durante le ore notturne scandite dai latrati di cani e dall’orologio della piazza.
Si vestivano secondo le stagioni e secondi le occasioni, le mie strade. E i ricordi sono tanti, fanno a pugni nella mia testa e, come una sfilata, ad uno ad uno ritornano: siamo in autunno, la festa dei morti: ci si alzava presto quella mattina, forse non si dormiva, anche per la paura dei parenti morti che salivano dalla loro ultima dimora per portarci giocattoli, vestiti, castagni caliati, turtigliuna e tetù. Per le scale, con mio fratello, non guardavamo neanche i gradini e poi di corsa in sala da pranzo. La tavola era lì come ogni anno,  piena, un paniere accanto all’altro e mia madre e mia nonna ci annunciavano da quale antenato defunto arrivassero i doni. Poi per la strada a fare vedere agli amici cosa aveva fruttato la nostra bontà!!

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La singolare vicenda del Beato Giovanni Liccio PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da La Rosa Giuseppe   

 

Al Beato Giovanni Liccio, umile attestato della mia sincera devozione, nel V centenario della sua preziosissima morte.
In memoria di Nicasio Gianfortone, il mio maestro delle scuole elementari, che, ormai molti anni or sono, con i suoi accorati racconti mi iniziò alla conoscenza e al culto del Beato Giovanni.  

IL BEATO GIOVANNI LICCIO DA CACCAMO
Tra i grandi siciliani d’ogni tempo annoveriamo Giovanni Liccio da Caccamo, primo frate domenicano di Sicilia ad essere stato elevato agli altari, morto il 14 novembre 1511.

VITA DEL BEATO
Il Beato Giovanni Liccio nacque a Caccamo, piccola cittadina a pochi chilometri da Palermo, probabilmente nell’aprile del 1426. L’esatta data di nascita è stata fonte di diverse discussioni.
Il piccolo Giovanni nasce in una famiglia piuttosto povera da Giorgio Liccio e Teresa Faso. Rimase orfano di madre in tenerissima età. 
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I FENICI – TRA STORIA E LEGGENDA PDF Stampa E-mail
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CULTURA - GIUSEPPE LA ROSA
Scritto da Giuseppa La Rosa   

 


Nel trattare la preistoria delle genti presenti nel bacino del Mediterraneo occorre dare un particolare rilievo all’influenza dei Fenici. Essi infatti tennero un atteggiamento molto differente da quello degli altri popoli, vennero per commerciare e non per assoggettare e resero note alle popolazioni autoctone importanti scoperte tecnologiche. Inoltre, cosa d’estrema importanza, portarono con loro ed insegnarono l’uso di un rudimentale alfabeto.
I FENICI DESCRITTI DA TUCIDIDE E DIODORO SICULO
A parlarci dei Fenici in Sicilia sono stati gli storici Tucidide e Diodoro Siculo, le cui affermazioni hanno avuto ampli riscontri nelle rilevanze archeologiche. Si riportano i seguenti passi: “Abitarono poi anche i Fenici tutte le coste della Sicilia, avendo occupato i promontori sul mare e le isolette vicine, a causa del commercio con i Siculi. Ma quando poi gli Elleni in gran numero vi giunsero per mare, lasciata la maggior parte (dell’isola) abitarono a Motya, a Solunto e a Panormo, vicino agli Elimi, avendoli confederati, fidando nell’alleanza degli Elimi e perché, da quel punto, Cartagine dista dalla Sicilia di una brevissima navigazione” (Tucidide – VI, 2, 6); e anche: “E così, per questo commercio (praticato) per molti anni i Fenici,

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RICORDI - Angela Chiazza PDF Stampa E-mail
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NARRATIVA - CHIAZZA ANGELA
Scritto da Chiazza Angela   


Nulla mi è più piacevole che stare sdraiata nella penombra della stanza, nelle ore in cui la calura estiva è al suo culmine. Gli occhi fissi sui movimenti della tenda bianca di lino e pizzo, ricamata da mia nonna quando ancora mi stringevo al seno di mia madre. L’alito di vento che gioca con la tela, la gonfia spingendola in avanti per poi ritornare indietro e ricominciare lo stesso gioco; assomiglia alle onde del mare quando s’infrangono sulla battigia  per poi ritornare lentamente indietro, in un movimento uguale e perpetuo che rilassa il mio corpo e la mia mente. Ripenso a mia nonna, sempre uguale a qualunque età,  i capelli ricci e bianchi tirati in una crocchia sulla nuca, fini e morbidi come la seta. La mattina, quando li pettinava, raccoglieva quelli rimasti nel pettine,  li metteva in un sacchetto di stoffa, li pesava con le mani nell’attesa di barattarli con qualche cianfrusaglia con l’omino che passava a fine mese con la motoape piena colma degli oggetti più svariati, dal lampadario al set di pentole, dalla coperta di ciniglia alla bambola da mettere al centro del letto “intoccabile” dai bambini, la più ambita. Ogni mattina le chiedevo se il peso corrispondesse allo scambio, lei mi sorrideva dicendomi di pazientare ancora un po’ e riponeva il soffice sacchetto dietro lo specchio. La rivedo nella mia mente,  nel suo vestito nero a piccoli fiori provenzali, insieme a mia madre sedute una di fronte all’altra, davanti alla finestra appena aperta per fare entrare quel poco di luce che bastasse loro a lavorare senza interrompere il nostro sonno. Sento ancora lo sferruzzare di li ugliola o dell’ago che buca la tela incastrata e tesa nel telaio, io le guardavo da sotto la pesante cuttunina, avvinghiata a mio fratello aspettando che la luce del giorno diventasse più forte. Intanto il loro bisbiglio e il rumore degli zoccoli dei muli sui ciotoli dell’acchianata ci faceva ancora da ninna nanna.

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(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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