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Home MUSICA ETNICA ROSA BALISTRERI QUEL CAPODANNO QUANDO ROSA BALISTRERI DISSE DI ACCENDERE IL REGISTRATORE
QUEL CAPODANNO QUANDO ROSA BALISTRERI DISSE DI ACCENDERE IL REGISTRATORE E-mail
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MUSICA ETNICA - ROSA BALISTRERI
Scritto da /A CURA DI DINO VACCARO   

Abbiamo ricevuto su gentile concessione  di Nicolò La Perna (Licata)  il brano "Vitti 'na crozza" riproponiamo l'articolo con il brano originale.                                                                                                                                                                                                                                                                       La storia di "Vitti 'na crozza".
Com’è strano a volte, il destino di una canzone. C’è un pezzo antichissimo della tradizione siciliana che parla della Morte. In questo canto (alcuni dicono che sia originario dei minatori di Favara, per i quali il termine “cannuni” non significherebbe “cannone”, bensì l’ingresso della miniera) un teschio - na crozza supra nu cannuni- risponde così, “con gran dolore”, alle domande di chi è ancora illuso, vivo: “Morii senza tocco di campana / I miei anni se ne sono andati / andati non so più dove / Se non li sconto qua i miei peccati / li sconterò nell’altro mondo / Oh scellerato! Preparatemi il letto che ormai sono tutto mangiato dai vermi / Ora che sono arrivato agli ottant’anni / chiamo la vita e la morte mi risponde”. Com’è che una canzone che ha questi versi può diventare una marcetta per carillon da carrettino siciliano?
Una delle prime volte che questo canto popolare esce dal suo contesto “regionale” è nel 1950, grazie al film “Il cammino della Speranza” di Germi, sceneggiatura di Fellini e Pinelli. In questo film Renato Terra interpreta un personaggio che era stato inventato da Fellini: Mommino il chitarrista, quello che canta “Vitti na crozza”. Ma Renato Terra era doppiato: a cantare veramente era un certo Peppino Ferrara. Il film fu anche girato in Sicilia, e - tutto torna- tra i minatori di Favara.

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(clicca sul play e aspetta qualche secondo)

 


“Il cammino della speranza”, pur rimanendo uno dei films più amati dallo stesso Germi, ebbe accoglienze tiepide e subì vari tentativi di censura politica. Ma ciò nonostante, quella canzone, cantata (si fa per dire) da Renato Terra, incominciò a girare. E i discografici non persero tempo: la prima incisione di questo canto popolare risale al 1951 e nell’etichetta del 78 giri si legge testualmente “Vitti na crozza trascrizione F. Li Causi - canzone siciliana inserita nel film Il cammino della speranza - Quartetto Francesco Li Causi - Canta Michele Verso”.

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Cercando il colpaccio, grazie anche al ritorno promozionale dovuto al film di Germi - diligentemente sfruttato nell’etichetta del disco - la canzone fu arrangiata con un 2/4 “allegro andante” (e già qua si può intravedere il peccato originale: quanto di questo testuale “allegro andante” imposto alla prima versione discografica contribuì a snaturare la percezione futura di questo brano?). Gli strumenti musicali impiegati furono tre: chitarra, mandolino e basso suonato da un musicista dell’Orchestra Angelini (secondo indizio: cosa c’entrava un turnista dell’orchestra Angelini con quest’antica canzone di minatori siciliani, tutta intrisa di Morte?). Terzo indizio, estremamente speculativo: la registrazione fu effettuata a Torino negli studi della “Cetra” (e questo risponderebbe alla domanda precedente: l’incisione nasceva in un contesto assolutamente estraneo per intenti ed habitat allo spirito della composizione originale).


Nonostante sia vero solo nel breve termine, c’è da dire che il delitto paga: l’operazione biecamente commerciale andò bene e subito dopo quell’incisione, Michelangelo Verso fu ingaggiato da managers italo-americani e partì per l’America. “Vitti na crozza”, col suo tralallallero da cartolina era ormai diventata un successo internazionale, nonché simbolo della Sicilia. Tanto successo venne però accompagnato da diverse interpretazioni sia della musica che del testo: ci fu chi trasformò il ritmo, chi il testo, chi tentò di registrarla alla SIAE a proprio nome. Negli anni ‘60 e ‘70 molti la incisero: da Domenico Modugno che la trasformò in un canto da carrettieri, al napoletanissimo Toni Bruni, ad Amalia Rodriguez, a Rosanna Fratello che nel 1973 ne fece un suo successo personale, per finire ai giorni nostri con Carmen Consoli, con una versione a mò di cazzeggio/omaggio alla sicilianità. Contenta lei...


Ma tutte queste versioni furono, e sono tuttora, altrettante coltellate piantate nella schiena della canzone in questione, lame distrattamente affondate fino al manico da prezzolati interpreti di passaggio. Tutti (arrangiatori e cantanti) guardando “Vitti na crozza” con il paraocchi del luogo comune folkloristico - tanto simile al pregiudizio - e correndo tutti, allo stesso tempo, dietro alla facile carota dell’”allegro andante” scritto abusivamente sull’etichetta della prima incisione. Contenti loro...


Quello che invece non era contento era l’agrigentino Francesco Li Causi, il trascrittore dal tralallalero facile: odorato l’affare, il nostro aveva subito (1950, stesso anno d’uscita del film di Germi) inviato alla SIAE la trascrizione della canzone, accompagnandola con la sua firma.

Vent’anni dopo, negli anni settanta, Li Causi mise sfacciatamente su un’azione giudiziaria invocando la “usurpazione di paternità” (traduz: i diritti d’autore) di questa canzone. La registrazione presso la SIAE bastava, a suo dire, a dargli il diritto di paternità su “Vitti na crozza”.


Come invece andarono le cose ce lo racconta Alfieri Canavero, classe 1927, un pezzo di storia del cinema italiano. Ne “Il cammino della speranza”, Canavero è operatore di seconda macchina, al fianco del direttore di fotografia Leonida Baroni ma, di fatto, le macchine da presa Debrie e Arriflex sono in mano sua. “Abbiamo iniziato le riprese ad Agrigento, nelle miniere di zolfo. Ricordo che i minatori erano in sciopero da due giorni. Erano sottoterra, nudi per il caldo insopportabile. Stavano cantando “Vitti na crozza” quando la troupe scese giù con il regista Pietro Germi. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film”, ricorda Canavero.


Il processo sull’ “usurpazione di paternità” fu celebrato a Catania, inizio anni ‘70, e si concluse una decina d’anni dopo con un’asinesca sentenza che riconosceva Li Causi come “‘il padre” di “Vitti na crozza”. Si sa: i giudici non capiscono niente di musica, né tantomeno conoscono il cinema neorealista. E il delitto, a lungo termine, non paga: Li Causi morì prima del verdetto. I minatori Favaresi ringraziano...



"Rosa Balistreri non aveva mai voluto cantarla, questa canzone... "

Rusidda ‘a licatisa e la sua chitarra (così si faceva chiamare nei suoi primi 45 giri degli anni ‘60 incisi per la Tauro Records) “Vitti na crozza”, invece, non aveva mai voluta cantarla in pubblico, consapevole com’era delle storpiature che man mano l’avevano stravolta. Troppo forte ed evidente lo scempio che era stato fatto di tutto quello che questa canzone rappresentava: un testo che parla di morte, della vita come inferno che c’imprigiona e che nonostante tutto si cerca mentre si sente sfuggire, trasformato in un canto da gita fuoriporta. Quanta amarezza, dentro queste parole. Tutto però azzerato, travisato da versioni offensive, umilianti, ad uso d’irresponsabili canterini dediti al ballo del qua-qua spacciato per tarantella. Tutto, fuorché il rispetto per l’anima imprigionata in quei versi dolorosi.


Rosa Balistreri c’era abituata, a queste cose: nascere in Sicilia alla fine degli anni ‘20, nascere povera e nascere donna, sintetizzavano dolorosamente la condizione di vinti, ed abituavano ad una frequentazione invasiva con il dolore. E chissà, forse la confidenza con il dolore fa meglio capire quello che si canta, quando si cantano certe parole. Lei questi On li aveva già tutti sospesi al momento della nascita, ma non per questo si deve cedere alla tentazione Romantica del Dolore che crea l’Arte. C’è dolore e dolore. C’è il dolore dell’artista, che magari attraverso libri che sono solo riverberi, sente intellettualmente su di sé il dolore del mondo e c’è poi il dolore di chi, ad esempio, per sopravvivere è costretto a fuggire. Fuggire dalla propria dolorosissima storia personale che non si è scelta -soltanto subita- per diventare quello che si è. Al di là delle violenze, della fame, del carcere, degli omicidi, dei suicidi: ribellarsi all’inferno al quale si è condannati. C’è dolore e dolore. E c’è il dolore che quasi ci ara, scavando solchi profondi, e da questi solchi possono nascere timbri di voce, modi di cantare, di scrivere, idee, fatti. Dignità.


Nei primi anni sessanta, dopo che nel 1949 era fuggita -più che emigrata- a Firenze dove per la prima volta aveva trovato anche rispetto e serenità, la Balistreri incontra Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca. Dopo aver assistito al concerto di Busacca, Rosa è come folgorata: “Anch’io ero una cantastorie, come Busacca, e in lui mi sono rispecchiata”, così ricorda quest’incontro in un’intervista raccolta da Giuseppe Cantavenere nel libro “Rosa Balistreri” (La Luna edizioni, 1992). Impara a suonare la chitarra - “Canta, Rò!” le diceva Buttitta, “Tu devi imparare a suonare la chitarra, perché tu sarai la cantatrice del Sud” - e inizia le prime serate in Toscana, grazie alle quali conoscerà Dario Fo.


Ed ecco come la Balistreri, nel libro di Cantavenere, racconta il suo esordio con Fo, nello spettacolo “Ci ragiono e ci canto” del 1966: “La prima sera alla Pergola. In sala c’erano mia madre, le mie sorelle, Manfredi, gli amici fiorentini. Mi sono detta: Rò, ricordati del porcile di via Martinez, di Iachinuzzu, della violenza della vetreria, del prete malandrino di Palermo. La fame, le ingiustizie, il carcere... Le ho gridate, queste cose. (...) Quella sera sono diventata Rosa Balistreri”.


E così c’era stato un periodo, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta, che Rosa era divenuta qualcuno. Prima l’incontro con Dario Fo e con Ciccio Busacca; poi era ritornata in Sicilia e i suoi amici erano Marcello Carapezza, Guttuso, Sciascia, Buttitta, Cesare Terranova, Pio La Torre, Roberto Leydi. La Balistreri partecipa a Sanremo nel 1973 (la canzone che presentava, “Terra ca nun senti”, fu esclusa perché non inedita; ma in compenso, per la gioia di Mike Bongiorno che presentava quell’edizione, vinse Peppino Di Capri con “Un grande amore e niente più”); prende parte anche ad una contestatissima edizione di Canzonissima nel 1974; esegue concerti nei teatri di grandi città. Nonché tournée all’estero: Svezia, Germania, Stati Uniti. Tournée che le facevano dire, a proposito delle comunità di emigranti che incontrava: “Pareva di essere in Sicilia. Ma non la Sicilia che avevo conosciuto da ragazza, quella che ti sfrutta. Una Sicilia generosa, dal cuore grande”.


In quegli anni Rosa aveva cantato cose belle, e importanti: in parte prese dalle raccolte di Alberto Favara, musicologo trapanese della fine ottocento; altre ripescate da vecchie canzoni dell’entroterra siciliano, canti del carcere, ma anche proprie composizioni, alternate a quelle -uno tra tanti- di Ignazio Buttitta. La Balistreri aveva anche fatto teatro: con Maurizio Scaparro, e poi “La lupa” con Anna Proclemer, “La lunga notte di Medea” con Piera Degli Esposti ed altro ancora. Era stata paragonata ad Amalia Rodriguez, era diventata la voce della Sicilia e nel suo canto intravedevi colori, odori; sentivi il sale, lo zolfo, il fuoco dell’Etna e del mare che lo circonda. Furono quegli anni in cui le tradizioni popolari, anzi il “folk”, come si diceva allora, era diventato di moda, nonché argomento e scusa per intellettuali con la coscienza sporca. Attenzione di massa pelosa, che dopo pochi anni sarebbe scemata, abbandonando tradizioni ed interpreti per rivolgersi ad altre voghe.

Rosa, negli ultimi anni della sua vita, quella dimenticanza la stava pagando tutta. Alla fine degli anni ottanta i suoi amici palermitani erano morti quasi tutti, così come era scomparsa la madre alla quale era legatissima. Era rimasta senza più soldi, e aveva bisogno di lavoro ed amici.


A quel periodo risale la registrazione della sua prima ed unica versione di “Vitti na crozza” e di quello che lei stessa definiva il suo testamento spirituale : “Quannu moru”. Rosa non aveva mai voluto neanche inciderla quella canzone, fino a quel Capodanno - uno dei suoi ultimi -, trascorso a casa di Felice Liotti, uno dei pochi amici rimastole. Solo allora, dopo il pranzo - lei come al solito non aveva mangiato quasi niente e aveva fumato tanto - prese la chitarra, chiese di mettere in funzione il registratore e cantò “Vitti na crozza”.


Anzi: la rielaborò. Innanzi tutto tagliò quel ritornello da carrettino siciliano, il tralallallero da cartolina. Poi rallentò il tempo e si lasciò andare ad un’interpretazione da brividi. Il respiro che spezzava il verso, le modulazioni quasi arabe del canto, la sua voce scura, profonda, antica, vibrante, ridavano finalmente dignità e significato a quella canzone, restituendola a se stessa. Domanda sul dolore e sulla vita cioè, e nessuna risposta: solo la consapevolezza della violenza dell’inferno sulla terra. “Vitti na crozza” ritornava così di nuovo un canto di dolore, di sconfitta per la morte che si avvicina.

Quel Capodanno Rosa sembrava avesse incontrato per la prima volta quella canzone e da come la cantava, sembrava che quelle parole disperate le risuonassero dentro quasi da presagio.


Da lì a poco, nel settembre del novanta, a causa di un ictus cerebrale che la colpisce durante uno spettacolo in Calabria, la Balistreri muore in un ospedale a Palermo, spegnendosi a sessantatre anni, dietro ad un vetro che gli negò per sempre gli sguardi attoniti dei pochi amici presenti.

 

http://www.rosabalistreri.it/media/quannumoru.htm

“Quannu iu moru / pinsatimi ogni tantu / ca pi sta terra ncruci / iu moru senza vuci”. Posseduta dalla voce della sua terra, così cantava Rosa Balistreri, siciliana ribelle al proprio destino di schiava.
Fonte: aldomigliorisi.blogspot.com/2009/04/quel-capo..

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