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NARRATIVA - CHIAZZA ANGELA
Scritto da Angela Chiazza   
Così come un naso importante sul viso o un neo sulla guancia danno la caratteristica a una persona, una statua di un personaggio famoso o una strada illuminata da vecchi lampioni, una facciata affrescata di una antica chiesa o un bar dall’insegna cancellata sono le caratteristiche che renderanno sempre noto un luogo.
Cianciana si ricorda per la salita Regina Elena, la scalinata con la Torre dell’Orologio e i casotti.
La salita Regina Elena come un fendente taglia in due il paese. Una lunga discesa o una lunga salita a secondo di come la si percorre, come la vita. A metà si interseca con un incrocio e la strada viene interrotta da una grande scalinata di mattoni bianchi e lucidi, in cima alla quale una volta stava una vecchia fontana i cui zampilli davano  refrigerio durante i mesi caldi, abbeveraggio ai muli che si ritiravano all’imbrunire e gioco e festa ai ragazzi che si apprestavano a scendere o salire le scale. In un lato della scalinata s’innalza dal 1908 la Torre dell’orologio, in ambo i lati della gradinata“li casotti”.
Due costruzioni identiche, come due fratelli gemelli apparentemente uguali ma spesso profondamente diversi nel carattere, anche i casotti hanno una diversa funzione per poi ritrovarsi però, a volte, a dividerne la stessa sorte o emozione. 
Costruiti nel 1920 per colmare il dislivello tra le vie Cordova e Vittorio Emanuele, i due grandi ambienti rettangolari, con due porte d’ingresso, ospitavano il tabacchi della zà Margherita da un lato e, dall’altro, il salone da barba di Ancilu Cartagiruni. 
Il tetto terrazzato, per una parte, è sovrastato dalla Chiesa di “lu priatoriu”, costruita nel 1716 e dedicata alle Anime Sante del Purgatorio, sul portale della quale è posizionato un finto rosone dipinto da un’artista ciancianese, Vincenzo Chiazza, che raffigura i defunti che espiano le proprie colpe al purgatorio. Peccato che il tempo, oggi, l’abbia cancellato, cancellando anche, per chi 
soffermava lo sguardo, la speranza di una redenzione nell’aldilà. Da bambina stavo molto ad osservarlo provando grande timore e inquietudine; davo il volto dei miei defunti alle pitture soffrendo nel vedere che stavano nelle fiamme, ma poi, spostando lo sguardo sull’alto del dipinto, mi consolavo e si riaccendeva la mia speranza nel vedere due Angeli sorridenti che con grandi ali bianche e braccia stese, afferravano per le mani i corpi sofferenti e li portavano in un cielo azzurrissimo.
Lu priatoriu apriva il grande portone soltanto per le celebrazioni funebri, nel tardo pomeriggio, quando il feretro veniva accompagnato a trascorrere l’ultima notte all’interno della chiesa, posto al centro dell’unica navata in compagnia di una luce fioca. Chi vedeva il portone aperto capiva che qualcuno era passato a miglior vita.
Allora quella parte dei casotti diventava spettatore di dolore e di morte e, per questo, la terrazza rimaneva sempre vuota di gente, che per scaramanzia non voleva soffermarsi in quel luogo.
A tarda serata, come una macchia nera, un silenzioso corteo seguiva la bara portata a spalla. Donne velate e coppole scure si muovevano a passo lento, al ritmo delle campane che suonavano l’angunia, e sostavano per pochi minuti dentro lu Priatoriu rompendo il silenzio di quelle pareti umide e scrostate con gridi e mugolii di dolore. Poi, così come era arrivato, il corteo, in un composto silenzio, lasciava i casotti per ritornare avvolto nel suo dolore, in compagnia degli occhi che dietro le imposte semichiuse avevano scrutato attentamente i volti per scorgerne la sofferenza.

Spettatore di gioia invece l’altro lato dei casotti con il suo bar passato negli anni a diversi proprietari senza mai cambiare la sua funzione. Spensieratezza, allegria, urla festose di ragazzi che fino all’alba non riuscivano a darsi la buonanotte. Rumori di bottiglie di vetro, canzoni ad alto volume dal jeuxbox cantate con voci stonate. Coppiette a giurarsi l’eterno amore, sguardi spiatori, qualche lite finita con un toccu di birra,……la vita.
Era il primo ad aprire la mattina presto, il suo profumo di caffè invadeva le strade ancora deserte, poi arrivavano i primi lavoratori a gustarne l’aroma.
Una delle proprietarie che resteranno sicuramente nella memoria di molti è stata la “za’ Nardina”, sempre sorridente dietro al banco, con le sue mani laboriose e umide: Senza mai interrompere il suo lavoro aveva sempre una parola di incoraggiamento per tutti, una battuta che rinfrancava, una esortazione ad andare avanti. 
Forse mai come allora il bar ha avuto il massimo della sua gloria.
Ricordo, d’inverno, i vecchi, sulle panchine dei casotti, davanti al bar, a crogiolarsi sotto il pallido sole, fasciati in scialli a quadroni e coppole calate sulla fronte. Discutevano del più e del meno, lunghe pause, occhi lontani abbandonati in antiche memorie, qualche sorriso nelle bocche vuote di denti, persi come gli affetti andati.
D’estate, alle panchine si aggiungevano i tavolini e le sedie di legno, il sole alleggeriva dalle pesanti coperte le spalle dei vecchi e forse anche i loro pensieri. Si godevano qualche ora di svago giocando a trisetti o a briscula ‘n cincu, la posta in gioco era il caffè o qualche cioccolatino per i nipotini, oltre non si andava. Giocavano, ogni tanto un’ alterco rompeva la concentrazione e qualcuno murmuriannusi abbandonava il suo posto, qualcun’altro ricordava chi non era sopravissuto all’inverno. E per qualche minuto il silenzio diventava protagonista. Mio padre andava intorno alle tre, -a li casotti sugnu- e i suoi amici lo aspettavano per completare il gruppo e cominciare la partita; al suo ritorno noi frugavamo le tasche della sua giacca che trovavamo piene di cioccolatini e caramelle, lui faceva finta di arrabbiarsi ma i suoi occhi lo tradivano. Nel tempo ci hanno sostituito i nostri figli.
Li vedo li casotti, con gli occhi di mia madre. In tutte le stagioni, alle prime  luci del giorno, li jurnatara,  gremivano la scalinata. Aspettavano, curvi nelle giacche di velluto liso, con la testa dentro il bavero alzato per ripararsi dal freddo o per nascondere quel volto umiliato di chi, ieri come oggi, deve elemosinare il lavoro. Appoggiati lungo i muri s’interrogavano tra loro con gli occhi velati di tristezza se quel giorno la dea bendata o qualche santo sarebbe stato dalla loro parte o se, con le mani sprofondate nelle tasche vuote, avrebbero percorso la strada del ritorno. Arrivavano anche di Catolica, di Lisciannira, di lu Burgiu, e da altri paesi vicini li jurnatara e, nei periodi in cui i proprietari terrieri avevano bisogno di manovalanza, dormivano sui gradini e si accontentavano di portare un pezzo di pane a casa. Lu Mezzadru arrivava puntuale e, mentre gli occhi scrutavano i corpi, il suo dito puntava: tu, tu e tu…..amunninni picciotti. Per gli altri non c’era preghiera né pietà.
Un tempo, da li casotti,  partiva anche il pullman che portava i picciotti a la surfara. Oggi alle cinque del mattino, i pullman in partenza, uno verso la capitale l’altro in direzione dei paesi limitrofi portano portare i ragazzi alle scuole superiori.
In alcune occasioni, i casotti diventavano una cosa sola e le terrazze si riempivano di gente, che, a mezzogiorno, della giornata di Pasqua aspettava l’emozionante ncontru del Cristo risorto con la Madre, e per, ferragosto, di sera, quando i tavolini del bar coprivano l’intera superficie, e ci sedeva consumando la mezza granita tra un sorriso e un saluto a un emigrante in attesa dei giochi d’artificio che con i loro colori avrebbero squarciato il nero del cielo e incantato qualche bambino.
Punto d’incontro di tutti ora e nel passato: li casotti: -nni videmmi a li casotti- , -tt’aspetu a li casotti-……..
Oggi sono ancora lì, sempre uguali, a dare la propria impronta al paese; due caseggiati uguali divisi da una grande scalinata di mattoni bianchi, che il tempo non ha cambiato, ma, come le rughe su un viso, ha solo smussato e corroso qualche scalino e arrugginito un pezzo d’inferriata. In cima, non sta più una fontana, ma un grande monumento ai caduti, un enorme parallelepipedo di marmo, un basso rilievo da dove affiorano visi e braccia contorte nel dolore della guerra e della morte; l’unico dolore rimasto: anche la chiesa ormai da anni è chiusa. E poi sempre un bar, i tavolini, e i vecchi di oggi ha domandarsi, come ieri, ancora il perché della vita.
 

 

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(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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