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Home NARRATIVA D'ANGELO GIOVANNI LA BIDDINA – LA CULOVARA
LA BIDDINA – LA CULOVARA E-mail
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NARRATIVA - D'ANGELO GIOVANNI
Scritto da Giovanni D'angelo (Giuggiu)   

(Animale endogeno leggendario) Qualsiasi metodo andava bene pur di non fare avvicinare all’orto, all’albero di pere, all’aranceto o alla vigna, certe frotte di picciotti; ragazzi che ogni tanto si riunivano per fare delle visitine in posti conosciuti, in cerca di qualche primizia da gustare e da mettere nel loro famelico stomaco. Molte erano le persone che andavano per i campi in cerca di verdura, di legna da ardere, o per racimolare qualcosa da portare a casa. Per evitare di essere rubati i contadini erano soliti, in mancanza di una casupola ove ripararsi delle piogge o dei raggi de sole, costruire “lu pagliaru”, dentro cui si riparavano dalle avversità atmosferiche o semplicemente per non farsi vedere da occasionali, furtivi, volontari visitatori. Specie d’estate, le visite inaspettate erano frequenti, non solamente per rubare frutti della terra, ma anche per “scassari” qualche casa di campagna e rubare qualche arnese o suppellettile; da qui il detto “scassapagliara” per indicare dei ladri di infimo gusto. Un pezzo d’orto, “cu li pumadoru e li battagliuna”, ogni contadino lo coltivava, principalmente per fornire alla famiglia “lu strattu”, condensato di pomodoro, condimento indispensabile per preparare “la pasta cu lu sucu”. Non solamente l’orto era da accudire e vigilare; tutto ciò che era commestibile ed appetibile era soggetto a qualche ruberia da parte di ignoti. Questo portava il contadino a trasferirsi letteralmente in campagna, ad abitare nel pagliaio, in mancanza di casa rurale, e stare all’erta; ma cosa incredibile, ogni sua movimento, specie se aveva dei prodotti quasi maturi, era osservato e controllato da qualcuno. Aspettando, molto pazientemente, che una sera ritornasse in paese per fare rifornimento di cibo e darsi una giusta rinfrescata, proprio quella sera… “li mulina chiù grossi spirianu!” oppure li ficu o li pira , e qunt’altro di buono era disponibile; poca cosa, certo, ma era sempre “un malu sbargu” e non veniva sopportato di buon grado. “Scassari la porta “, poi era un atto molto grave che metteva il proprietario nelle condizioni di reagire in maniera incontrollata, se si fosse individuato il malfattore. Alla luce di queste spiacevoli azioni di ruberie, che si verificavano molto spesso da parte di certi “scassapagliara”, gente miserabile nell’animo come nelle azioni, la furba saggezza dei contadini partorì un’entità fantastica, un essere che nulla aveva di umano; una bestia che si spostava rapidamente strisciando per terra e tenendo alta la testa; era difficile vederla, ma si poteva individuare dal tipico rumore che fanno le bisce nel loro zigzagare tra l’erba secca dei mesi estivi; molto famelica, grossa quanto la gamba di un adulto e lunga anche fino a due metri, di colore nero, presentava sulla testa come una cresta di peli bianchi, segno questa che era di età matura; qualsiasi animale …o persona quindi, che veniva avvolto in quelle spire non aveva scampo; durante le ore fresche della sera, in diversi posti delle campagne, specie nelle vicinanze di orti o frutteti, si poteva sentire il suo richiamo, simile al grido di un bambino, che chiamava la sua compagna; non stava quasi mai ferma, era sempre in cerca di cibo: “la Culovara” ovvero “la Biddina” , così era chiamata la bestia. “Dici ca vicinu lu tirrenu di lu zì Vicenzu vittiru la biddina… si stava agliuttennu ‘n’agneddu…” Bastava che questa frase circolasse un poco in paese che nessuno si avvicinava da quelle parti; andare in campagna, specie per i ragazzi e non solo, era un problema; il camminare molto circospetto, l’attenzione tesa al massimo, ogni minimo movimento era un allarme; anche il rumorino prodotto dal passaggio di una misera lucertolina, era interpretato come un pericolo imminente, degno della massima attenzione; poi, la fantasia faceva il resto, tanto da indurre certa gente a cambiare itinerario e scegliere un’altra strada. La notizia dell’individuazione della bestia in una data zona o in un’altra, circolava in paese con una certa celerità; senza l’aiuto di mezzi di divulgazione di massa, nel giro di qualche ora la notizia era di dominio pubblico. “Cummà…cummà…” esclamava la zà Rusinedda affacciandosi alla finestra di casa sua, “vittiru la biddina a lu Fiottu.” “Nnà sì…nnà sì… ajeri la vittiru a cacarodduli…” In poco tempo i paesani tutti sapevano che quel terribile animale, mai sazio, girava in tondo per i campi in cerca di cibo. “Stati attenti a l’addevi, a li picciotti dicitici di guardarisi, quannu portanu lu mangiari a l’omini a di fora!” Capitava che la notizia allarmava dei rispettabili cittadini i quali, spinti dalle donne e dagli operai alle loro dipendenze, si recavano al municipio a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Gli amministratori, con un sorrisino sulle labbra, organizzavano delle battute di caccia a “l’armali”; cacciatori, noti per la loro bravura del maneggiare “ li scupetti”, affiancati da qualche guardia campestre, si recavano nei campi circostanti il paese nel tentativo, sempre vano, di intrappolare la “biddina”…ma inutile, mai sono riusciti a catturarla o ad ucciderne una; qualche volta, in confidenza, trapelava la notizia che durante la battuta ne era stata intravista la sagoma …ma la celerità della sua fuga nulla ha permesso di fare. Su tale notizia, confidata a qualche amico, si costruiva una storia, tanto che la fantasia si allargava a dismisura. Nessuno in quel periodo si recava nelle campagne a rubare; “megliu diri chi sacciu ca chi sapìa” si era soliti dire in certe occasioni; nel dubbio sull’esistenza o meno delle bestia, era meglio evitare, stare guardinghi ed aspettare che la “cosa” si allontanasse da certi posti. Nelle campagne tutto trascorreva tranquillo, per un certo periodo non si avevano ruberie negli orti e nei giardini; ogni tanto capitava qualche eccezione, ma erano casi sporadici ed eseguiti in tutta fretta. “La Culovara” faceva la sua parte, sempre in cerca di cibo e il contadino stava per un certo periodo tranquillo nel suo pagliaio. In certi periodi di eccezionale penuria di piccoli animali, causa certe malattie che colpivano i conigli, in particolare, accadeva che in qualche gregge si trovava qualche pecora sbranata da qualche lupo particolarmente affamato. L’animale selvatico non riusciva a mangiare il povero ovino e ne lasciava una parte sul posto, assieme a qualche altro capo ferito. La notizia arrivava in paese immediatamente, ma, strada facendo, la perora invece di essere stata sbranata dal lupo, questi si trasformava in animale strisciante col nome ben conosciuto di “culovara…o… biddina !” Allora la fantasia si sbizzarriva, di bocca in bocca la notizia andava ingrossando il numero delle pecore uccise; non più una ma due, tre, quattro, oltre gli agnelli. E’ accaduto che il pastore, persona particolarmente buontempona, metteva esposta, vicino la mannara, la semi pecora sbranata, in maniera tale che , chi ne volesse vedere lo scempio effettuato da “l’armali” potesse vedere. Tante le persone che si recavano a controllare, tante le comitive di ragazzi che messisi insieme per farsi compagna e protezione reciproca, andavano a vedere l’operato dell’animale; questo spettacolo continuava fino a quando i cocenti raggi del sole estivo permetteva di avvicinasi a quei miseri resti animali. In estate i lavori nei campi erano tanti; la raccolta delle fave, del frumento, delle mandorle, del fieno, dei prodotti dell’orto, della frutta.- Parecchie persone erano impegnate nelle loro terre ad accudire ai loro lavori, ma lo facevano con un particolare stato d’animo. Anche se l’ “armali”, era notorio specie agli adulti, era frutto della fantasia, il tanto parlarne e decantarne le gesta, quasi impossibili per un semplice rettile, faceva sì che nelle fantasia della gente quello che doveva essere una freno, un deterrente, per le scorribande effettuate da ragazzi negli orti e nei frutteti, col passar de tempo e col continuo ripetere degli avvistamenti e delle tracce lasciate nel suo passare, riusciva a materializzarsi e diventare qualcosa da cui stare attenti e difendersi all’occasione. Ogni piccolo rumore, ogni movimento inconsueto, ogni ombra, un alito di vento che smuoveva qualche filo d’erba, era origine di tensione; il cuore batteva forte, i sensi raddoppiavano la loro sensibilità e tutta l’attenzione era rivolta verso il luogo in cui si percepiva l’anomalia. Si sospendeva l’attività solita, fino a quando non si dava una razionale risposta all’evento; si riprendeva il lavoro, ma non si era mai tranquilli, specie se nella comitiva c’erano donne o ragazzi. “Mi parsi di sentiri ‘na rimurata… talija Vicè…!” Era inutile che si cercasse con il ragionamento e di darsi una spiegazione , inutile ripetersi …” ma chi staiu facennu…jè tutta ‘mmaginazioni!”; ormai l’armali era quasi reale, qualcosa di cattivo, un pericolo da cui si doveva stare attenti e difendersi. Riprendevano la loro attività con lena e buona volontà, c’era bisogno di guadagnare, le esigenze erano tante, ma…nonostante il ragionamento persuadeva che tutto era fantasia, c’era qualcosa di più forte, qualcosa che teneva i sensi all’erta, qualcosa che non voleva mollare. Cosa si può pensare, alla luce del poi, di coloro che ci hanno preceduti, delle loro fissazioni, della loro ingenuità, del loro candore; al loro posto avremmo certamente fatto lo stesso anche perché l’esperienza, la loro conoscenza, la loro saggezza, ci ha tramandato una verità inconfutabile a cui nei momenti opportuni si ricorre con attenzione: “ meglio diri chi sacciu ca chi sapìa ! ”

 

 

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