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SOLFARE Quelle 114 ragazze agrigentine della miniera E-mail
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REDAZIONE V. C. - ARTICOLI REDAZIONE
Scritto da Pasquale Cucchiara - 18/08/2016   

Non furono solo gli uomini a puzzare di zolfo, anche le donne agrigentine lavoravano in miniera. Sono pochi gli studi che si concentrano sul ruolo della donna nella cava, uno spaccato sociale che ha caratterizzato la Sicilia e l'Agrigentino nel XX secolo

di Furono ben 114 le donne che lavorarono all’interno delle miniere di zolfo agrigentine. Donne scomparse dalla memoria, abbandonate, ai tempi, anche dalle loro stesse famiglie. L’epoca dello zolfo in Sicilia, nel XX secolo, e in particolar modo in provincia di Agrigento, coinvolse praticamente tutti: uomini donne e bambini. Ma se il lavoro degli uomini e anche quello dei più piccoli, dei "carusi”, all’interno delle miniere è una questione ampiamente discussa, documentata, sfondo e talvolta oggetto delle creazioni letterarie del tempo, poco invece si sa della figura femminile all'interno della cava.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il ruolo della donna nelle miniere di zolfo è sommariamente accennato, ma essenzialmente ignorato. Nemmeno i grandi nomi della letteratura siciliana, come Verga, Pirandello, Sciascia affrontano l’argomento. Le poche notizie di cui disponiamo ci giungono da un opuscolo curato da Vittorio Savorini, nel 1881, frutto di un’inchiesta disposta dal Prefetto Giorgio Tamajo, già senatore del Regno d’Italia e massone di un certo rilievo.
 
E sono interessanti i particolari che emergono dalle ricerche di Savorini. Secondo questo studio le donne in miniera avevano un’età compresa tra i 9 e i 17 anni, delle ragazzine insomma. Il loro lavoro consisteva nel trasportare il minerale dalla bocca della solfara fino alla catasta del minerale. Allora era diffusa tra le donne, probabilmente come lascito della dominazione araba, la pratica di portare i pesi sulla testa. Questa prassi, tutta femminile, consentiva loro di essere più veloci ed efficienti degli uomini. La paga media di una donna si aggirava intorno agli ottantacinque centesimi al giorno.
 
Si trattava di un lavoro che oggi definiremmo “stagionale”, dato che veniva esercitato dalle ragazze solo nei mesi estivi. A differenza degli uomini loro non erano esposte alle insidie mortali che la cava spesso riservava ai suoi lavoratori maschi. Di contro, però, questa posizione lavorativa pregiudicava pesantemente la loro posizione sociale fino a condannarle all’emarginazione.
 
Il lavoro a stretto contatto con gli uomini nudi o seminudi (gli uomini nelle miniere lavoravano svestiti nel periodo estivo) non era di certo ben visto dalla gente. Le ragazze della miniera venivano marchiate come donne “poco serie” dai compaesani e anche i genitori, per preservare l’onore della famiglia, finivano per sconfessare le proprie figlie fino ad abbandonarle. Sono famiglie molto povere, ma attaccate certamente a certi valori, attente alle male lingue della gente. Molte di esse erano quindi costrette a dormire nelle miniere. Questo stato di indigenza le portava spesso alla prostituzione.
 
“Le abitudini dell’operaio siciliano – scrive Savorini - impediscono che le maritate traggono ai lavori fatti in comune. Anzi, giunte le giovanette ai 16 od a 17 anni sono per lo più ritirate nelle famiglie. Ma allora il maggior danno è già loro venuto e sono già corrotte a segno che la maggior parte di esse, anche per la disistima in cui sono poi tenute, si danno al meretricio”.
 
Una testimonianza importante che mette in evidenza uno spaccato sociale agrigentino caduto nell’oblio. Dopo Savorini la questione delle donne è stata ripresa brevemente solo da Antonio Arnone, nella sua pubblicazione “Solfare e mafia”. Ma è chiaro che, un’analisi più compiuta sull’argomento potrebbe risultare molto interessante. Di certo, insomma, non furono solo gli uomini a puzzare di zolfo.
 
Pasquale Cucchiara - 18/08/2016  
 

 

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