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STORIA DELLA SICILIA
Suggestive testimonianze della sua preistoria sono state rinvenute nelle incisioni parietali e nei ritrovamenti del periodo paleolitico nelle grotte di S.Teodoro, di Levanzo o dell'Addaura, quest'ultime decorate con graffiti notevolissimi.
Secondo Tucidide (lo storico Ateniese esiliato in Sicilia autore di una Storia della Sicilia che si ferma al 435 a.C.) i primi abitatori dell'isola nell'anno 1000 a.C. furono gli Elimi, i Sicani e i Siculi che le diedero anche il nome; ma già da oltre un millennio la Sicilia era abitata da popolazioni che risentivano degli influssi delle civiltà fenicia e cretese.
1. Dominazione GRECA
Poco dopo la metà dell'ottavo secolo a.C. giunsero in Sicilia i Greci (Ioni e Dori) che nel giro di pochi decenni ne costellarono le coste di numerose colonie: Siracusa, Agrigento, Nasso, Zancle, Selinunte, Gela, Megara, Catania, ecc..
Conseguenza della colonizzazione fu la civilizzazione degli Indigeni. Le grandi risorse naturali dell'isola permisero un rapido sviluppo economico e culturale delle città siceliote, dalle quali la civiltà ellenica si irradiò verso l'interno.
Questo fu il periodo più' fiorente per la Sicilia, che divenne sinonimo di benessere e ricchezza, tanto che Siracusa, la regina delle città come la chiama Pindaro, divenuta ricchissima, vinse la stessa Atene.
Dal punto di vista politico-sociale le colonie furono caratterizzate da una instabilità anche maggiore della madrepatria, con la complicazione di conflitti con le popolazioni indigene e con i Cartaginesi.
Si affermò la tirannide e proprio sotto due tiranni, Gelone e Gerone di Siracusa che la Sicilia visse il suo momento di maggiore splendore nell'età classica. In seguito pero' le continue rivalità tra le poleis determinarono l'intervento di Atene negli affari della Sicilia.
Ma come la posizione geografica dell'isola tra il bacino orientale e il bacino occidentale del Mediterraneo, aveva chiamato i Greci contro le colonie fenicie, così la sua posizione intermedia fra l'Italia e Cartagine doveva chiamare i Romani all'intervento nell'isola.
Le tre guerre puniche combattute dal 264 a.C. al 146 a.C. tra Cartagine e Roma per il predominio del Mediterraneo occidentale, toccato infine a quest'ultima segnò il passaggio della Sicilia ai Romani.

2. Dominazione ROMANA
Sebbene i Romani legassero la loro origine alla Sicilia (in quanto, secondo Virgilio, il troiano Enea, prima di giungere sulle coste del Lazio qui sarebbe approdato, e qui avrebbe sacrificato agli dei), l'isola subì, sotto il comando di pretori come Verre, un periodo di sfruttamento e di rivolte di schiavi.
Nemmeno edifici sacri quali il tempio di Demetra ad Enna o il tempio di Venere sul promontorio di Erice sfuggirono al saccheggio. Benché danneggiata dalle due guerre servili la Sicilia fu assai prospera sia durante l'età repubblicana, quando fu importantissima come granaio di Roma, sia durante l'imperoquando godette della cittadinanza latina accordatale da Cesare.
Fu proprio nella tarda età imperiale che vennero eretti i teatri romani di Catania, e Taormina e le ville lussuose che si trovano a Piazza Armerina, Montagnareale, S.Biagio.
I romani lasciarono il ricordo della loro dominazione nelle strade (Tabula Pentigeriana), che create inizialmente per scopi militari, per spostare rapidamente le legioni, vennero usate anche per il commercio e i viaggi. Lungo le strade, a circa 20km. l'uno dall'altro, vi erano alberghi per ristorarsi, passare la notte, ripararsi dalle intemperie, riparare gli animali. Vengono ricordati anche per le coltivazioni: piantarono in grande abbondanza ulivi, fichi, viti che davano un vino eccellente.
All'epoca delle invasioni barbariche la Sicilia fu investita dai Vandali (468 d.C.), e quindi occupata dai Goti (Teodorico 491 d.C.) cui la tolsero i Bizantini di Giustiniano che durante le guerre gotiche in Italia fecero dell'isola la loro base principale.
Il predominio bizantino durò ininterrottamente per tre secoli e mezzo (meta' VI secolo IX sec.) e non fu favorevole all'isola, sottoposta ad una dura dittatura militare e a un intenso sfruttamento delle risorse.


3. Dominazione ARABA
Meta di continue scorrerie saracene l'isola fu conquistata dagli Arabi a partire dall'827 ad opera della dinastia degli Aghlabiti d'Africa. Retta da un emiro con capitale Palermo, gli Arabi fecero della Sicilia il loro epicentro commerciale nel Mediterraneo.
La conquista araba anche se cruenta, ebbe per l'isola degli aspetti positivi. Sotto di essa la Sicilia conobbe grande fortuna.
Gli Arabi incrementarono notevolmente l'agricoltura arricchendola di nuovi metodi e di nuove forme. Oggi siamo abituati a guardare alla Sicilia come alla terra delle arance e dei limoni, ma furono gli Arabi i primi a introdurre queste colture e con essi frutti squisiti come la pesca, l'albicocca, ortaggi delicati come gli asparagi ed i carciofi; altre coltivazioni ancora come il cotone, il carrubo, il riso, il pistacchio, le melanzane. Persino il leggiadro e odorosissimogelsomino da cui ancora oggi si ricava l'essenza per i profumi, e le spezie come lo zafferano, il garofano, la cannella, lo zenzero, sono stati importati dagli Arabi. Insegnarono a produrre le paste alimentari, il sorbetto, i dolci, il pane con la "ciciulena" sopra ed il "tirruni" fatto di mandorle e zucchero.
Le loro maestranze portarono una nuova tecnica nella costruzione delle case, svilupparono l'irrigazione introducendo un nuovo metodo per sollevare l'acqua dai pozzi e irrigare cosi i campi "a sena" (parola araba), costruirono numerosi mulini adibiti alla macinazione del grano.
I Siciliani però subirono la dominazione araba ma non l'accettarono, ne' vi si rassegnarono mai come lo provano le cinque successive insurrezioni (849, 912, 936, 989, 1038) che fecero traballare la potenza musulmana. Nel sentimento e nel linguaggio popolare gli Arabi detti "Saraceni", dal nome di una loro tribù, sono rimasti come nemici, ne è prova che la lotta vittoriosa contro i Saraceni è ancora il tema preferito nelle popolarissime pitture che ornano i carretti siciliani.

4. Dominazione NORMANNA
Verso la meta' dell'XI secolo alla fine di un periodo di lotte tra signori arabi, uno di questi chiese l'intervento dei Normanni, già' insediati nell'Italia meridionale. Inizio' cosi' la dominazione normanna (1060-1195).
Va precisato che i Normanni (North-man uomo del nord) erano venuti a gruppi. Fra questi si era distinto per il numero e per l'abilita' di chi lo conduceva, il gruppo guidato dalla famiglia degli Altavilla: di questa famiglia facevano parte due fratelli: Roberto il Guiscardo e Ruggero.
Roberto il Guiscardo, opero' nell'Italia meridionale e formo' il ducato di Puglia e di Calabria. Ruggero conquistata tutta la Sicilia costituì' la "Contea di Sicilia" con l'appoggio dei papi, che attribuirono ai prìncipi normanni il titolo di legati apostolici.
Alla morte di Ruggero nel 1130, gli succedette il figlio Ruggero II che uni' la Sicilia ai possessi normanni dell'Italia meridionale (poiché' si era estinta la dinastia di Roberto il Guiscardo), ottenendo il titolo di Re di Sicilia e di Puglia.
Ruggero II riorganizzo' amministrativamente l'isola dandole un saldo potere centrale e facendone il fulcro della potenza mediterranea della stirpe normanna. Fondo' un regno assai prospero riuscendo con una saggia tolleranza religiosa a conciliare l'elemento arabo con quello cristiano.
Da allora il regno normanno di Sicilia ebbe parte di primo piano sia nei conflitti tra il papato e l'Impero, appoggiando la causa guelfa, sia nelle vicende mediterranee e nella lotta contro i Turchi. A Ruggero II successe la figlia Costanza, andata in sposa nel 1186 a Enrico VI figlio di Federico Barbarossa.
Nel 1190 Enrico VI si trovo', alla morte del padre, imperatore del Sacro Impero Germanico (Regno di Germania e Regno d'Italia) e Re di Sicilia. Con lui ebbe inizio il periodo svevo, durante il quale la Sicilia fu al centro delle trame politiche e diplomatiche dell'Europa.
Egli aveva ereditato i grandi progetti del padre, ma non ebbe tempo di avviarne l'esecuzione perché dopo pochi anni di regno mori' a Messina. Assunse la reggenza dell'Impero la Regina Costanza, ma poco dopo mori' anche lei, dopo aver affidato la reggenza del Regno e la protezione del figlio al papa Innocenzo III.
Sotto Federico II (1197-1250), formatosi culturalmente in Sicilia, l'isola raggiunse il punto forse proprio più alto della propria potenza, diventando per certi versi un modello di Stato assoluto ben organizzato e centralizzato quanto al sistema di governo, ma altamente tollerante in fatto di rapporti etnici e religiosi, ciò rese possibile la pacifica convivenza dei gruppi latini, normanni, tedeschi, arabi e greci che nel corso dei secoli si erano insidiati nell'isola.
Spirito tollerante e colto Federico II fece della sua corte di Palermo un ritrovo di scienziati europei ed arabi.
In questo periodo in Sicilia si parlavano tre lingue, portatrici delle tre civiltà che l'avevano dominata: Greca, Araba, Latina, tanto che Palermo e' detta"Urbs felix, populi dotata trilingui" (Pietro da Eboli); oltre queste lingue si vide spuntare il primo germe del "volgare eloquio" e la città' divenne la culla della lingua italiana.

5. Gli ANGIOINI
Il periodo di torbidi succeduto alla morte di Federico, che vide tra l'altro il tentativo di Manfredi, figlio naturale di Federico, di conservare il regno agli Svevi, fu chiuso dall'intervento di Carlo I d'Angiò (1266-85), fratello del Re di Francia, re di Sicilia per investitura papale.
Padrone assoluto di Napoli e della Sicilia comincio' a governare dispoticamente, mentre decadeva Palermo, già splendida capitale normanna e sveva, decadeva l'intera Sicilia abbandonata all'anarchismo agrario dei baroni, i quali gettavano le basi di uno statu quo che si sarebbe poi rispecchiato nel regno borbonico e nel quale può forse vedersi l'inizio di quella che dopo il 1861 e' stata chiamata "questione meridionale".
Il periodo angioino fu di breve durata: le malversazioni francesi, il trasferimento della capitale a Napoli, le prepotenze dei feudatari provocarono la guerra dei Vespri o i "Vespri siciliani" (1282) conclusa con l'intervento di Pietro d'Aragona, il quale aveva sposato una figlia di Manfredi, Costanza e avanzava pertanto alcuni diritti sul Regno di Sicilia. La guerra duro' vent'anni e termino' con la pace di Caltabellotta nel 1302, la Sicilia venne cosi' affidata agli Aragonesi e nel 1412 l'isola perse definitivamente la propria indipendenza diventando di fatto possedimento spagnolo, governato da un viceré.


6. Dominazione SPAGNOLA
L'epoca spagnola si protrasse per circa due secoli e mezzo fino alla pace di Utrecht nel 1713; nell'insieme non fu favorevole alla Sicilia sacrificata al rigido assolutismo di sovrani lontani, allo sfruttamento e all'insipienza del baronato locale, coinvolta direttamente dalla grande depressione economica del XVIII secolo e percorsa a più' riprese da rivolte popolari, come quella di Palermo 1649 e di Messina 1647.
Nel 1713 a conclusione del periodo di guerre europee suggellato dalla pace di Utrecht, la Sicilia fu assegnata come regno nuovamente indipendente aVittorio Amedeo II di Savoia, ma già cinque anni dopo con il trattato di Cockpit (Londra) l'isola cambiava di mano a vantaggio degli Asburgo d'Austria. Si apri' un altra breve fase, contrassegnata dal pesante fiscalismo austriaco e dai contrasti con il personale spagnolo e chiuso con la guerra di successione polacca, quando Carlo di Borbone-Parma, figlio di Filippo V di Spagna, riporto' la Sicilia sotto il dominio spagnolo (1738).

7. I BORBONI
La dominazione borbonica fu triste per l'isola (eccetto il regno di Carlo V il riformatore), per l'inettitudine e la perversità del re che nulla aveva capito della vasta importanza che essa aveva assunto nella storia.
Suo figlio, Ferdinando IV, cinse la corona dei due regni autonomi di Napoli e di Sicilia e inizio' da allora la soggezione, mai pacificamente accettata della Sicilia a Napoli, che segno' tutta l'epoca borbonica, fino al 1860. Una reale autonomia, corrispondente alle grandi tradizioni del regno di Sicilia, l'isola la conobbe in epoca napoleonica, quando la dinastia borbonica, cacciata da Napoli, si rifugio' a Palermo sotto la protezione dell'Inghilterra, che riusci' anche a imporre a Ferdinando la concessione di una costituzione (1812). Alla restaurazione Ferdinando abolì ogni forma di autonomia dell'isola. Il regime poliziesco, il disprezzo verso la cultura (irrideva i letterati come "pennaioli") avevano diffuso un grave malcontento. Ciò insieme ad altri fattori politici, sociali ed economici, fu all'origine delle insurrezioni del 1848 quando fu la Sicilia, nel gennaio, ad aprire il grande ciclo rivoluzionario che infiammo' l'Europa.
Nel maggio 1859, morto Ferdinando, gli era succeduto il figlio Francesco II (Francischiello), di scarsa energia e di intelligenza limitata. Il nuovo Re aveva respinto la proposta di un'alleanza col Piemonte ne' aveva voluto concedere riforme liberali.
In Sicilia, inoltre, superata ormai ogni tendenza autonomista, si mirava a fare dell'isola una provincia del Regno d'Italia. Tra i siciliani che più' si adoperarono per fare insorgere la loro terra furono Francesco Crispi, e Rosolino Pilo. Garibaldi, invitato a venire in aiuto della Sicilia con una spedizione di volontari, si dichiaro' pronto ad intervenire se nell'isola fosse scoppiata la rivoluzione.
Il 4 aprile 1860 la rivolta scoppio' a Palermo, presso il monastero della Gancia, dove gli insorti furono sopraffatti, ma nelle campagne perdurava la guerriglia guidata da Rosolino Pilo, il quale aveva confermato il prossimo intervento di Garibaldi.
All'alba del 5 maggio 1860 due vapori salparono dallo scoglio di Quarto (Genova), con poco più di 1000 uomini, indossanti la ormai famosa camicia rossa. Essi andavano alla conquista di un regno difeso da 120.000 uomini, da una flotta di 120 navi, da potenti fortezze ed artiglierie.
Garibaldi e Nino Bixio comandavano le due navi. L'11 maggio i due piroscafi giunsero a Marsala, da qui' rapidamente Garibaldi si diresse verso Salemi, dove lancio' un proclama ai siciliani, assumendo la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II (14 maggio). Egli puntava su Palermo, ma un esercito borbonico accampato sulle alture di Calatafimi gli sbarro' la via.
Per l'eccellente posizione strategica del nemico, superiore anche per numero ed armi, la battaglia fu lunga ed aspra. La vetta del colle fu conquistata mentre i Borboni si ritiravano su Palermo.
La battaglia per la conquista di Palermo duro' ben quattro giorni. Il 30 maggio i soldati borbonici, asserragliati in citta' chiesero l'armistizio; il 6 giugno sgomberarono Palermo. Garibaldi formo' un governo provvisorio con a capo Francesco Crispi mentre la rivolta si era estesa a tutta l'isola. Intanto le truppe borboniche si concentravano a Milazzo, per sbarrare la via dello Stretto di Messina. Nuove schiere di volontari accorrevano dal Continente e dalle provincie. Il 20 luglio Garibaldi vinceva a Milazzo.
I modi in cui avvenne l'assimilazione della Sicilia al Piemonte, entrando a far parte del Regno d'Italia, dopo la spedizione garibaldina dei Mille, frustarono nuovamente le attese autonomistiche dell'isola, la cui economia a base feudale e latifondista non fu in grado di risollevarsi in conseguenza dell'unificazione, venendo anzi a costituire una componente sostanziale della cosiddetta "questione meridionale" (di cui il brigantaggio dei primi anni dell'Unita' fu un tragico preavviso).
Ma la storia, si sa, non puo' mai essere solo letta, perchè soggetta ad interpretazioni, deve essere studiata anche con distacco per non creare illusioni e distorsioni.
Per approfondire un argomento storico assai importante per l'Italia, e per la Sicilia in particolare, vogliamo proporvi la lettura dell'intervento del Dr Antonio Nicoletta, apprezzato storico e studioso del periodo risorgimentale, presso varie conferenze in tema:

I Greci in Sicilia
All'incirca negli stessi anni in cui i coloni greci fondavano nell'Italia meridionale Pithecusa e Cuma, le prime città della Magna Grecia, altri coloni greci si insediavano in Sicilia lasciando un'impronta memorabile, della quale sono rimaste testimonianze straordinarie ad Agrigento, Siracusa, Selinunte, Naxos.
Fu una Grande Grecia anche quella, sebbene l'appellativo di Megàle spetti unicamente a quella che si estese fra la Campania, la Calabria, la Basilicata e le Puglie.
Se si vuole cercare una differenza significativa fra le due colonizzazioni, occorre citare il rapporto diverso con le popolazioni trovate in loco al momento dello sbarco delle carrette che trasportavano sulle coste italiane gli emigranti del Mar Egeo. Nel continente la convivenza fu subito pacifica: gli indigeni si adattarono ai costumi degli invasori e furono presto assorbiti sia politicamente che culturalmente. In Sicilia, il processo fu molto più turbolento. Prima che arrivassero i Greci, l'isola era abitata da tre diverse popolazioni: i Siculi (originari, sembra, del Lazio) occupavano la regione orientale; i Sicani(autoctoni) erano insediati nella regione centrale; gli Elimi (provenienti dall'Asia) vivevano nella parte occidentale.
I Greci non furono accolti con entusiasmo. Un autorevole studioso della lingua e della civiltà greca, Paul Faure (accademico di Francia), si spinge al punto di chiamare in causa la mafia. "Si ricordi", scrive, "che la mafia è nata parallelamente a un movimento di resistenza allo straniero. In realtà, tale resistenza è antica quanto le lave fertili dei vulcani, ha un'anima, cento volti e le migliaia di braccia di quei contadini che disponevano solo di una stanza per tutta la famiglia, di un po' di terra in concessione e dell'acqua rigorosamente misurata per i loro canali d'irrigazione".
Faure ha le idee chiare in proposito: "Come rimproverare a Polifemo di essere inospitale quando era stato rapinato di tutto? Di vivere in solitudine quando era attaccato da gente che si muoveva in gruppo? Di essere monocolo e testardo quando per di più gli si accecava l'unico occhio?".

NAZIONALISMO
Nel V secolo, i Greci di Sicilia dovettero fare i conti con una vera e propria insurrezione, di stampo nazionalistico (anticipatrice, per dar credito alle teorie dello studioso francese, di quella espressa cinquant'anni fa da Finocchiaro Aprile o da Salvatore Giuliano). La parte orientale della Sicilia fu messa a ferro e fuoco, ma alla fine quasi tutta l'isola finì per ellenizzarsi. Siculi, Sicani ed Elimi impararono a lavorare la ceramica, a scolpire il marmo, a costruire monumenti. Appresero anche l'arte della politica, che i tiranni delle colonie conoscevano a menadito (con il risultato di fare delle loro città un punto di riferimento per tutti i contemporanei). Siracusa era la città più popolosa del mondo: una specie di Città del Messico (più ordinata) o di New York (meno stressata) di venticinque secoli addietro. Agrigento era, invece, la città più ric ca: come oggi Los Angeles.
Riguardo al periodo precedente la colonizzazione greca, un grande storico dell'antichità liquida con poche battute l'argomento. Nella notte dei tempi, l'isola si chiamava Trinacria (che vuol dire "terra dei tre promontori"). Poi dal continente, racconta Tucidide (Storie), arrivarono i Siculi "che sconfissero in battaglia i Sicani, li cacciarono verso le regioni meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia e non Sicania". Secondo Tucidide, i Sicani erano stati i primi abitatori della Sicilia dopo i Ciclopi (cioè i compagni di Polifemo).
RICCHEZZA
Le prime colonie greche in Sicilia datano intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo. Ma l'influenza greca s'era già fatta sentire da molto tempo. Tracce evidenti di contatti con la civiltà micenea sono state rinvenute negli scavi archeologici. E le leggende omeriche sul ritorno avventuroso di Ulisse a Itaca localizzano in Sicilia alcuni dei suoi incontri più significativi: con le Sirene, i Ciclopi, i venti delle Eolie, la ninfa Calipso che lo tenne prigioniero quando si trovava ad appena diciassette giorni di navigazione dalla patria.
Alla stessa epoca risale l'insediamento degli Elimi, che alcuni storici indicano come Troiani fuggiti dalla propria terra dopo essere stati sconfitti dagli Achei.
L'emigrazione greca nell'isola - come s'è detto - è contemporanea a quella nel meridione d'Italia. E molto simile quanto a fisionomia degli invasori. Anche qui arrivarono giovanotti soli, che avevano lasciato le donne in patria e cercavano fortuna. Spesso si trattava di figli cadetti (che non potevano usufruire dell'eredità paterna), talvolta di malandrini che preferivano la fuga alla prigione, talaltra di giovani animati da un serio spirito d'avventura e dalla speranza di trovare un Paese più vivibile di quello che si lasciavano alle spalle.
In Sicilia (come nella Magna Grecia) dettero prova di assoluta indipendenza dalla madrepatria, con la quale si trovarono a più riprese in conflitto. E da Atene e Sparta - che mantennero nel tempo abitudini e costumi più rigorosi dei loro cugini - non mancarono giudizi feroci sul "dirazzamento" degli esuli.Platone, filosofo austero e bacchettone, deplorava che i coloni di Sicilia fossero "impegnati a riempirsi il ventre di cibo due volte al giorno e a non dormir mai soli la notte". Questo genere di giudizi, peraltro, era condiviso da qualche emigrante più severo. Empedocle, per esempio, pur essendo agrigentino, non esitava a condannare i suoi concittadini perché "mangiavano come se avessero dovuto morire il giorno dopo" riconoscendo però che "costruivano come se non avessero dovuto morire mai".
Gran gaudenti, dunque, dediti alla bella vita, ma preoccupati anche di renderla bella ai loro figli e nipoti. Che costruissero templi e palazzi poteva apparire come un eccesso di ottimismo a Empedocle, ma non ai posteri che hanno avuto modo di apprezzare la magnificenza architettonica di quelle città.
I resti dei templi di Agrigento, di Siracusa, di Selinunte sono un patrimonio di tutta l'umanità. Come spesso accade ai contemporanei, Empedocle aveva preso una mezza cantonata, mosso probabilmente dal timore (legittimo) che i suoi compatrioti si montassero la testa.

Vero è che tutte le colonie greche in Sicilia vissero - in particolare fra il VI e il V secolo prima di Cristo - un periodo di straordinario splendore e di invidiabile ricchezza sia materiale che artistica. Ci fu un momento, nel V secolo, in cui le stesse città della Grecia si trovarono in una condizione di dipendenza nei confronti di Siracusa e di Agrigento: qualcosa di paragonabile a quel che è accaduto in questo secolo nei rapporti fra l'Europa e l'America, con i vecchi coloni divenuti molto più potenti dei loro antenati. E anche allora (esattamente come è successo cinquant'anni fa nella Seconda guerra mondiale), la madrepatria chiese aiuto ai coloni temendo di essere schiacciata dal nemico. Accadde quando i delegati greci si rivolsero a Gelone, tiranno di Siracusa, sollecitando un suo intervento perché li aiutasse a sconfiggere i Persiani di Serse. Gelone, che poteva disporre di una flotta di duecento navi pretese il comando supremo; Ateniesi e Spartani, che non potevano accettare l'idea di prendere ordini da un parvenu, risposero no, e se la cavarono egregiamente da soli sconfiggendo il nemico a Salamina, Platea e Micale.
LE GUERRE
Correva l'anno 480 avanti Cristo. La baldanza di Gelone si ritorse contro i Siracusani. Le altre colonie siciliane, infatti, si resero conto che Gelone stava diventando una minaccia per gli equilibri interni dell'isola. Selinunte, Reggio e Imera si allearono con i Cartaginesi, chiedendo loro di ridimensionare le ambizioni di Siracusani e Agrigentini. Poche settimane più tardi sbarcò in Sicilia un'orda al comando di Amilcare che pose sotto assedio Agrigento. Gli assediati chiesero soccorsi a Gelone che, alla testa di 10mila cavalieri e 50mila fanti, colse di sorpresa il generale punico. Fini in un bagno di sangue. Gli africani, per resistere all'urto, s'erano incatenati scudo a scudo, ma furono ugualmente travolti. Amilcare (che - come tutti i Cartaginesi - aveva un altissimo senso dell'onore) si buttò nelle fiamme del rogo da lui stesso acceso per cremare i corpi dei suoi uomini.
Gelone fu venerato dai suoi concittadini come un eroe invincibile. Selinuntini e Imeresi s'affrettarono a firmare la pace. E per settant'anni la Sicilia non fu teatro di altre guerre. Nel 474 Gelone inviò una flotta nel golfo di Napoli dove inflisse una sonora sconfitta agli Etruschi. Forte di questi successi militari, Siracusa divenne la città più potente della Sicilia e una delle più potenti del Mediterraneo. Settant'anni più tardi, alleata di Sparta contro Atene, ottenne un'altra memorabile vittoria. Ma poi ci fu, fatalmente, la resa dei conti con i Cartaginesi. Sbarcò in Sicilia un esercito composto di decine di migliaia di uomini, agli ordini del nipote di Amilcare, assetato di rivincita: si chiamava Annibale, come il condottiero che due secoli più tardi avrebbe sconfitto i Romani sul Trasimeno e a Canne, figlio a sua volta di un altro Amilcare. I Cartaginesi non avevano molta fantasia riguardo ai nomi. In pochi giorni Annibale di Gisgone mise a ferro e fuoco Selinunte, radendola al suolo prima che arrivassero i sospirati soccorsi da Siracusa. Vecchi e bambini furono trucidati nelle strade, le donne e le fanciulle furono oltraggiate dalla soldataglia per diversi giorni.
Agrigento rischiò di subire la stessa sorte.
Merita di parlarne, perché, nei settant'anni precedenti, s'era trasformata nella più bella città siciliana. Sotto i tiranni Terone e Trasideo erano sorti cantieri dovunque, con la costruzione di gran parte dei templi che ancora si possono ammirare. L'Olympieion era il più grande edificato fino ad allora nel mondo classico. Ecco la descrizione che ne fa Valerio Manfredi, illustre topografo del mondo antico e studioso della civiltà greca: "Aveva un muro perimetrale anziché un colonnato da cui sporgevano semicolonne verso l'esterno e pilastri quadrati verso l'interno. Il perimetro di ogni pilastro era di sei metri. Secondo le ricostruzioni più accreditate (ma restano ancora molti dubbi in proposito) nello spazio fra una colonna e l'altra, a due terzi circa dell'altezza del muro, si ergevano, da basamenti inseriti nel muro stesso, dei giganti di pietra alti 5 metri in atto di reggere sulle spalle la trabeazione del tempio. Sui due frontoni erano rappresentate una gigantomachia e la presa di Troia".
Al centro della valle era stata ricavata una piscina che accoglieva le acque reflue delle fonti cittadine (aveva un perimetro di quasi un chilometro: era piena di pesci e di cigni). Doveva essere uno spettacolo straordinario.
Quando gli Agrigentini ebbero notizia della ferocia con cui i Cartagínesi avevano massacrato gli abitanti di Selinunte decisero di rinunciare a dífendersi. Evacuarono la città cercando una via di fuga. Gli andò bene, nel senso che la maggior parte di loro salvo' la pelle. Quanto alla città, ci vollero anni per ricostruire il ricostruibile.
ROMANI
La forza distruttiva dei artaginesi s'infranse contro le fortificazioni di Siracusa. In un paio di mesi i cittadini avevano compiuto un autentico miracolo, costruendo bastioni e muraglioni che si rivelarono insuperabili per i Cartaginesi che - oltretutto - furono decimati da una pestilenza.
Trascorsero cent'anni prima che un altro Amilcare si riaffacciasse alle porte di Siracusa, governata allora da un altro tiranno, di nome Agatocle. Ancora una volta i Cartaginesi furono respinti. Siracusa capitolò soltanto quando (alleata stavolta di Cartagine) fu assediata dai Romani, nel 211 avanti Cristo.
Morì, in quei giorni, Archimede, genio e scienziato che aveva studiato macchine da guerra straordinarie per difendere la sua città. Un secolo e mezzo più tardi Cicerone compì una ricerca archeologica personale per individuarne la tomba.
USI E COSTUMI
Molti studiosi concordano nel ritenere che il livello di civiltà delle colonie greche in Sicilia non ebbe paragoni in quei tempi. Coltivavano un senso religioso profondo, con una forte propensione per il mistero. L'isola era disseminata di templi e santuari. Molti luoghi sacri nascondevano baratri e caverne nei quali venivano gettate le vittime sacrificali o gli uomini che si fossero resi responsabili di crimini particolarmente gravi. I tiranni avevano spesso una sinistra predisposizione per le torture. Il culto dei morti era accompagnato da cerimonie lugubri.
Per contrasto, i Greci di Sicilia erano belli ed eleganti, snelli e muscolosi. Praticavano moltissimo sport, allevavano (ad Agrigento) cavalli di razza. I ragazzi imparavano a combattere nudi, con il corpo cosparso di olio e di polvere, a correre armati, a lottare a pugni, a lanciare il giavellotto. Erano addestrati alla guerra, oltre che allo sport. Le fanciulle lasciavano presto le bambole, o le altalene, per imparare la danza. Facevano il pane, tessevano i vestiti, lavavano la biancheria, portavano pesi. La loro educazione era più vicina a quella spartana che a quella ateniese. Anche se Platone ed Empedocle li accusavano di esser dediti alla gozzoviglia, la verità era sostanzialmente diversa: i ricchi e le classi agiate amavano il vino e la cucina, ma gli eccessi erano rari e rappresentavano l'eccezione rispetto a una vita quotidiana che era di ben altro tenore. Dei mollaccioni viziosi e debosciati non avrebbero retto la scena, come protagonisti nel Mediterraneo, per tre secoli abbondanti.
 
Cronaca di un'unificazione
SOCIETA' SIRACUSANA DI STORIA PATRIA
Siracusa – 31 Ottobre 2003
5° Convegno “Il Regno delle due Sicilie dal 1130 al 1861”
Taranto 8 Novembre 2003
Università della 3a età - Siracusa – 16 Febbraio 2004
Signore, Signori, Autorità, Amici
Perché abbiamo dedicato una serata ad un argomento che ai più potrebbe sembrare inutile, stantìo, velleitario, senza possibilità di incidere sulla nostra vita?
E' una domanda che mi è già stata rivolta ed alla quale ho risposto e rispondo.
Forse non mi sarebbe stato posto lo stesso interrogativo se l'argomento prescelto si fosse riferito alla dominazione araba, ai normanni, a Federico II, ai Vespri Siciliani.... a episodi e dominazioni entrati nel nostro immaginario e metabolizzati come strettamente collegati con la nostra storia, fatti di cui andare orgogliosi.
Prima di introdurre l'argomento credo sia opportuno fare alcune considerazioni tra storia e mito, e nella storia, come essa ci viene raccontata a seconda da chi scrive.
Gli antichi poeti greci e latini ci hanno tramandato un concetto in apparenza ingenuo e scolastico, in realtà profondo ed inquietante:
che è vero soltanto ciò che viene cantato dalla poesia
“Vissero grandi eroi anche prima di Agamennone,
ma giacciono dimenticati perché non ebbero per loro un sacro vate”
Gli eventi sono veri, dunque, se qualcuno ce li ricorda, altrimenti è come se fossero mai accaduti
La storia è sempre scritta dai vincitori e la parte del cattivo spetta sempre al perdente; i vincitori celebrano le loro figure di maggior spicco, le loro imprese, il loro coraggio, e si riserva alla controparte ogni valore negativo.
Ma male e bene non abitano mai da una sola parte e la lettura della storia del Regno lo dimostra.
“Quando non sai quale è la via giusta, scegli la più difficile ”.
Mi è piaciuto riportare questa frase di Montanelli, per introdurre la mia presentazione di una storia sconosciuta ai più, sgradita a molti a comunque tenuta nascosta per più di 140 anni e che ora in un momento in cui la rilettura, la revisione incalza su molti aspetti oscuri della storia italiana mi sembra sia giusto parlarne. Anche perché esiste una corrente di storici professionisti e dilettanti che a tali argomenti dedica tempo, risorse, passione.
Ma il muro del riserbo comincia a sgretolarsi; piccole crepe appaiono e l'argomento legato alla conquista del Sud comincia ad essere trattato da storici, giornalisti, cineasti.
Si è detto che la storia la scrivono i vincitori. In Italia questo è più ve ro che altrove. Forse perché, come ogni popolo ha bisogno di una mitologia in cui riconoscersi; forse perché non abbiamo mai avuto una scuola di storici emancipati dalla politica; oppure perché siamo fatti così, semplicemente faziosi.
E questo è dimostrato considerando che su questioni come risorgimento, fascismo, comunismo, resistenza, ecc., sono state scritte intere biblioteche che hanno dato, e continuano a dare, da una parte e dall'altra, una visione parziale dei fatti, a volte distorta, altre volte del tutto falsa.
Da qualche anno a questa parte, però, qualcosa comincia a muoversi.
Spesso al di fuori dei grandi circuiti editoriali e senza quella risonanza che in vece accompagna le solite grandi firme dell'establishment culturale, stanno emergendo non senza difficoltà e ostracismi varie opere non solo di storici, ma anche di giornalisti o semplici appassionati di questioni storiche, che rimettono in discussione i tanti luoghi comuni della nostra storiografia ufficiale. Sono le opere dei cosiddetti «revisionisti», come vengono indicati, almeno nella primigenia accezione, gli eterodossi, gli eretici. coloro che osano sfidare e mette re in dubbio il dogma.
Ripeto, il percorso è impervio, e le recenti vicende e le reazioni legate a Giampaolo Pansa ed alla pubblicazione del suo libro “Il sangue dei vinti”, ci dice cosa ci si deve aspettare quando si decide di andare controcorrente, poiché come si conviene quando si ha a che fare con un eretico, scatta immediata la condanna, la censura, l'ostracismo.
So che allontanandomi da certi schemi abituali e precostituiti, rivedendo certe visioni oleografiche, rivelando verità più che note agli studiosi ma ancora ignote alla maggior parte del popolo, corro il rischio di attirare commenti ironici o quanto meno manifestazioni di incomprensione, o peggio. In questa mia ricerca trovo il conforto di alcuni compagni di viaggio di tutto rispetto che con la professionalità e la competenza che viene loro riconosciuta nobilitano di fatto queste nuove interpretazioni, e mi riferisco a Paolo Mieli, con la sua “La Storie, le storie”, a Giordano Bruno Guerri con la sua “ Antistoria degli Italiani”, a Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle Istituzioni politiche presso la Facoltà di scienze politiche dell'Università di Macerata con la sua “L'invenzione dell'Italia unita.”, ad Angelantonio Spagnoletti docente di storia degli antichi stati italiani all'Università di Bari, col suo recente “Storia del Regno delle due Sicilie”, a Lorenzo del Boca, presidente nazionale dell'ordine dei giornalisti con “Maledetti Savoia”, Fulvio Izzo con “I lager dei Savoia”, con Angela Pellicciari, docente di Storia e Filosofia, autrice di “Risorgimento da riscrivere” “L'altro risorgimento”. Citeremo di passaggio autori dell'epoca e moderni , quale Giacinto de Sivo, M. de Sangro, A. Capece Minutolo, Harold Acton, Topa, Cucinotta, Zitara, Scarpino, Campolieti, De Fiore, Alianello, Dennis Mack Smith.
Scrive Benedetto Croce: “Lo spirito animatore della cosiddetta “storia del risorgimento” è tutt'al più poetico, ma non certamente storico; e, a dissolverla, basterebbe nient'altro che introdurvi lo spirito storico, perché in questo caso esso si fonderebbe nella storia politica del secolo decimonono, nella quale il moto italiano prenderebbe il suo significato proprio, spogliandolo dei colori onde il sentimento e l'immaginazione l'hanno finora rivestito. E si renderebbe giustizia, come in storia è doveroso fare, alle forze di resistenza che al moto liberale opponevano la vecchia Italia o la vecchia Europa, o, nella fraseologia dei politicanti l'oscurantismo e la reazione.
Giustizia: il che non significa recriminazione o rimpianto del passato, che è morto, ma semplicemente intelligenza del presente e dei problemi del presente”
A dispetto di quanto testé letto, invece, ancora oggi, in Italia c'è sempre qualcuno che si comporta come se ci fosse ancora l'ultimo borbone da abbattere, come se ci fosse un ultimo brandello di storia da demonizzare.
Tratteremo queste cose perché anche questa è la nostra storia, anzi, questa è la nostra storia, la storia dei nostri antenati e della nostra terra, dove è nato e fermentato l'humus della nostra cultura, del nostro carattere, del nostro modo di essere, una storia che in mezzo a luci ed ombre - non solo ombre - ha dato al nostro popolo un grande stato, retto da una grande dinastia, che ha dato grandi impulsi alla politica, alla scienza, all'economia, alle arti, al diritto. Parleremo di queste cose perché dopo 142 anni di propaganda esercitata proponendo schemi falsi e calunniosi, riteniamo sia giunto il momento che ognuno di noi, nel suo piccolo, rilegga questa storia, riveda il proprio passato e ponga fine ad un martellamento che nel tempo si è trasformato in campagna antimeridionalistica, consapevoli del fatto che qualunque rinascita del nostro popolo non possa avvenire se non passando attraverso la riacquisizione del nostro passato e del nostro orgoglio di essere meridionali. Porgeremo ora, di seguito, senza aver l'intenzione di voler imporre ad alcuno il nostro punto di vista, citando quanto più è possibile le fonti, alcune considerazioni che tenteranno di risolvere alcuni dubbi, di spiegare alcuni fatti, riprendendo il discorso dalla fine, dal proclama di Francesco II da Gaeta:
Cronaca di un'unificazione
… Sparisce sotto i colpi de' vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie sono state dichiarate provincie di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino.. ”
Con queste parole il giovane Francesco ricorda il calvario del suo breve regno, in questo suo ultimo proclama emanato da Gaeta assediata, l'8 Dicembre 1860.
Nel frattempo nell'intero Regno iniziava la sollevazione popolare; iniziava la resistenza disperata che doveva insanguinare le nostre contrade per ben dieci anni.
Dai vincitori con disprezzo fu chiamata “brigantaggio”.
E' norma che ha diritto alla dignità di partigiano chi vince, mentre è bandito, brigante, chi perde.
Come e perché si arrivò a quei giorni?
Come e perché la cultura ufficiale ha condannato i Borbone ed il Regno delle Due Sicilie, in una condanna severa e senza appello?
Sono ormai 142 anni di calunnie che pesano sulla storia e solo ora, a distanza di 142 anni ci si comincia a chiedere se fu vera gloria l'impresa garibaldina e se fu veramente così negativo il regime borbonico, se i popoli del Regno stavano peggio prima o dopo l'annessione, se fu solo per demerito del Re e dei combattenti che si perse il Regno o già tutto era stato deciso a tavolino da alcune potenze?
Non è certo scopo di questa conversazione sovvertire le conoscenze storiche ufficiali; non c'è né il tempo, né la competenza. Si cercherà solo di aprire uno spiraglio, di suscitare un dubbio, di sollecitare la curiosità.
Esistono ormai, come già detto, parecchie pubblicazioni che trattano anche questo argomento, e concordo che c'è da mediare fra tesi opposte, “navigando fra il perfetto disaccordo che deriva dalla lettura comparata dei vari testi, superando da una parte la tendenza agiografica nei confronti dei Savoia e la divinizzazione ad oltranza del Risorgimento, che innalza certi fatti a miti, certe opinioni a culti, certi personaggi ad eroi e dopo morti, a monumenti.”
Mentre dall'altra parte occorre superare il sentimento nostalgico e dorato dei legittimisti e dei tradizionalisti.
Esistono comunque documenti e testi che riportano un aspetto della verità, verità che per convenienza dei vincitori ci è stata sempre tenuta nascosta.
Sul numero di agosto 1993 della rivista “HISTORIA” è riportato un articolo di Rino Cammilleri dal titolo “Ferrovie dello scandalo - Tangenti nell'800” che riporta fra l'altro e lo raccontiamo solo per testimoniare che v'è nulla di nuovo sotto il sole, un biglietto scritto da Mazzini che recita: “Io soltanto vi dico che ove altri farebbe sua pro d'ogni frutto dell'impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito, non la sua”, prima teorizzazione del principio-tormentone di tangentopoli secondo cui una cosa è intascare per sé, altra per il partito. Ma lasciamo stare questo tema. Nello stesso articolo v'è una finestra intitolata “Delitto eccellente sull'Ercole”. L'Ercole era la nave che portava da Palermo a Napoli Ippolito Nievo.
Ippolito Nievo, fu un buono ed amato scrittore, romanziere e poeta padovano dell'ottocento; chi non ricorda “Le confessioni di un Italiano” con i personaggi della Pisana, di Carlino Altoviti, il castello di Fratta etc. Ma fu anche un garibaldino, anzi fu colonnello e viceintendente dei mille, amministratore dei fondi della spedizione.
Sull'Ercole erano imbarcati anche i documenti contabili e le ricevute.
Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1861 esplosero le caldaie della nave che si inabissò trascinando con sé uomini e carico. Si sospettò il sabotaggio, ma l'inchiesta (breve) non approdò a nulla; più recentemente - riporta l'autore - si è scoperto che l'atto fu davvero doloso.
Perché fu affondato l'Ercole? E' forse azzardato pensare che si volessero far sparire le prove che Nievo recava con sé? E chi ordinò l'attentato? Forse quei generali borbonici comprati che non volevano veder compromessa la possibilità di riciclarsi in posti di responsabilità nel nuovo Regno d'Italia? Perché è ormai chiaro che lo sbarco dei Garibaldini in Sicilia è uno degli atti destinati alla conquista del sud la cui preparazione fu lunga e meticolosa; Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi - protagonisti della storia cosiddetta risorgimentale - furono in realtà strumenti della politica imperialistica britannica e della massoneria ad essa collegata. (D'altra parte all'epoca erano ben pochi gli avvenimenti, in qualsiasi parte del globo, in cui non vi entrasse in qualche modo la regìa del Foreign Office).
Basti pensare alla partecipazione piemontese alla Guerra di Crimea (1854-1856). Essa è considerata una delle iniziative più acute e lungimiranti di Cavour. In realtà tale partecipazione rientrava nella strategia degli Inglesi mirante ad impedire la penetrazione della Russia nel Mediterraneo; per premio ai Piemontesi fu data la possibilità di partecipare assieme ai grandi al congresso di pace di Parigi (1856) e un sostegno al processo di unificazione dell'Italia sotto la guida dei Savoia.
(Ricordiamo che nel 1833, i liberali, dopo un congresso a Bologna, offrirono la corona d'Italia a Ferdinando II, che non l'accettò).
Allora cominciò anche il processo di corruzione che fece trovare al momento opportuno, dalla parte del Piemonte, alcuni personaggi chiave dell'apparato militare, politico e burocratico del governo borbonico.
Cominciò, si rafforzò, una continua e serrata campagna di diffamazione, e voglio ricordare solo la lettera di Gladstone a Palmerston nella quale si definisce il governo borbonico “la negazione di Dio fatta sistema”. Tale lettera ebbe una grande amplificazione e diffusione in tutta Europa. Confesserà poi Gladstone che non era presente ai fatti che riferisce, ma questa sua correzione passerà sotto silenzio.
Tutto questo può spiegare il comportamento dell'esercito che in fondo era composto di oltre 100.000 uomini, con battaglioni di svizzeri e bavaresi ed al di là delle mitologie e degli aneddoti, ben addestrato e agguerrito.
Quando poterono combattere, sul Volturno, a Caiazzo, a Capua, a Gaeta i soldati borbonici seppero dimostrare di che pasta erano fatti, anche contro truppe numericamente superiori. (cosa che del resto gli austriaci avevano già avuto occasione di provare avendoli contro, a Curtatone e Montanara, quando il loro intervento, a fianco delle truppe piemontesi, seppe rovesciare l'esito della battaglia).
Dirò ancora, per inciso, che al Regio Esercito Borbonico apparteneva il colonnello medico Ferdinando Palasciano, che per primo teorizzò il principio dello stato di neutralità, fra eserciti cobelligeranti, del soldato ferito o gravemente ammalato, precorrendo e ponendo le basi morali di quell'organismo che divenne la Croce Rossa Internazionale.
Prima delle battaglie su citate, i resoconti ci narrano di guarnigioni e reparti che furono fatti arrendere senza combattere - e di comandanti linciati per questo motivo - di navi da guerra consegnate ai garibaldini da ufficiali filopiemontesi, di vascelli inglesi che tenevano a bada i Borbonici mentre le camicie rosse sbarcavano.
Ora sappiamo, aggiunge l'Autore, che gli inglesi versarono a Garibaldi l'equivalente di tre milioni di franchi francesi in piastre d'oro turche - che era allora la moneta franca del Mediterraneo - una somma che equivale a parecchi milioni di dollari d'oggi.
Si spiega così, per esempio, la resa del generale Lanza e la cessione della piazza di Palermo ai garibaldini, senza quasi sparare un colpo.
E' opportuno ricordare in questo particolare momento alcune eccezioni fra gli ufficiali.
Ricorderemo fra gli altri il Ten. Colonnello Sforza a Calatafimi e soprattutto il Colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco da Siracusa, comandante del 9° battaglione cacciatori, distintosi a Milazzo, e che fu sempre leale e fedele al suo Re ed ebbe per questo onore e riconoscimento anche dagli stessi nemici (Come dice Sciascia nella sua presentazione al diario di Padre Giuseppe Buttà “Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta”).
Insomma quel denaro darebbe ragione della ritirata di un intero esercito di professionisti davanti ai sedicenti volontari in rosso.
E' esemplare a questo riguardo quanto si legge sul diario di Buttà, in riferimento ai fatti di Calatafimi: contrariamente a “..gli scrittori garibaldini, che fregiano del nome di battaglia il fatto d'arme di Calatafimi, fanno descrizioni omeriche del loro valore, mentre ebbero di fronte un turpe generale a loro venduto per quattordicimila ducati (Landi), e meno di cinquecento soldati napoletani, che da principio li misero in fuga. L'ordine del giorno di Garibaldi, pubblicato in Calatafimi, è una vera caricatura, considerando il tradimento del Generale Landi.
Garibaldi a Calatafimi perdette centoventi volontari: se le sole quattro compagnie dell'8° cacciatori, equivalenti a meno di cinquecento uomini, lo sbaragliarono e gli fecero quel danno, quale sarebbe stata la fine della temeraria impresa del futuro Dittatore delle Due Sicilie, se Landi si fosse battuto con tutti i suoi?
... Il fatto d'arme di Calatafimi segnò la caduta della Dinastia delle Due Sicilie; imperocchè il generale Landi non fu chiamato a dar conto della sua vergognosa condotta, ed inesplicabile ritirata, ma quello che fa più maraviglia si è che rimase al comando della brigata che aveva disorganizzata e demoralizzata. Questo esempio incoraggiò i duci vili, o traditori, a tradire impunemente”.
Il resoconto di Buttà coincide con quello di Giacinto de Sivo riportato nella “Storia delle due Sicilie” e con quello ripreso in epoca più recente da Michele Topa nel suo “Così finirono i Borbone di Napoli”.
Ma col se e col ma non si fa la Storia; né faremo la cronaca della disfatta. Essa si compendia nella finale ed eroica resistenza delle guarnigioni di Messina, Gaeta, Siracusa, ed ultima ad arrendersi, di Civitella del Tronto.
Non parleremo del “brigantaggio” e delle persecuzioni effettuate durante l'occupazione, né dei paesi bruciati, della gente fucilata, delle popolazioni deportate.
Cercheremo invece, a questo punto, di aprire un piccolo squarcio, piccolo, dato il tempo a disposizione, sul Regno, immediatamente prima dell'occupazione e vedremo di capire cosa ci hanno tolto ed in cambio di che cosa.
Citiamo ancora Cammilleri “Per il Regno delle Due Sicilie alla vigilia della spedizione dei mille si poteva parlare di “miracolo economico”. Aveva la terza flotta mercantile d'Europa, una delle monete più solide, un debito pubblico pressoché irrisorio, praticamente inesistente l'emigrazione” (Questa comincerà ed assumerà aspetti drammatici dopo l'unificazione). Il suo complesso siderurgico di Pietrarsa vantava un fatturato di gran lunga superiore a quello di analoghe strutture nel resto d'Italia.
Aveva inoltre la prima ferrovia della penisola (la famosa Napoli Portici; ma non solo, perché la rete si estese ben presto per più di duecento chilometri, ed erano pronti i progetti per allargarla a tutto il regno).
Certe esportazioni, come la pasta alimentare ed i guanti, erano rinomate in tutto il mondo.
Senza parlare dello zolfo e dell'allume, di cui la Sicilia era praticamente l'unica produttrice al mondo e la cui importanza passava attraverso gli impieghi bellici, sanitari, agricoli.
Nelle casse statali infine, c'era quasi il doppio di quello che possedevano tutti gli altri stati della penisola messi assieme.
Riportiamo a questo proposito un estratto da “Scienze delle finanze” di Francesco Saverio Nitti:
Le monete degli antichi stati italiani al momento dell'annessione ammontavano a 660 milioni così ripartiti:
Regno delle Due Sicilie milioni 443,2
Lombardia milioni 8,1
Ducato di Modena milioni 0,4
Parma e Piacenza milioni 1,2
Romagna, Marche e Umbria milioni 55,3
Roma milioni 35,3
Sardegna milioni 27,0
Toscana milioni 85,2
Venezia milioni 12,7
Totale milioni 668,4
Riprendendo da Cammilleri “Al primo censimento dell'Italia unita risultò che il Sud aveva 9.390 medici su nove milioni di abitanti, contro i 7.087 per 13 milioni di cittadini del Nord. Gli occupati dell'industria erano 1.189.582 contro i 345.563 di Piemonte e Liguria ed i 465.003 della Lombardia. Lo sforzo borbonico per il decollo industriale era denunziato anche dal singolare - e felice - esperimento di San Leucio, vicino a Caserta. Era una specie di “città degli operai” retta secondo le idee di Rousseau e Voltaire, chiamata Ferdinandopoli in onore del penultimo re delle Due Sicilie, che la promosse. Era autogestita e vi si produceva seta con tecniche avanzatissime.
Nazionalizzata dopo l'unità, decadde fino al punto che gli operai nel 1866, rivolsero al Parlamento Italiano una petizione nella quale chiedevano il ripristino dell'antico sistema di gestione.
La dittatura garibaldina in Napoli (due mesi in tutto), creò un deficit di bilancio che già alla fine del 1860 è di dieci milioni di ducati, divenuti venti l'anno successivo.”
E' chiaro che ci sarebbe da parlare ancora sull'economia, sulle leggi, sulla cultura, sul sociale; ma non basterebbe il tempo che mi son dato a disposizione.
Giovanni Nicotra, uno dei sopravvissuti di Sapri, graziato - come quasi sempre accadeva sotto Ferdinando II - dice: “..il governo borbonico manteneva la legalità ed il rispetto nella magistratura, e nei processi politici hanno mostrato maggiore indipendenza gli antichi tribunali rispetto ai nuovi”.
I poveri, gli indigenti, erano ricoverati a Napoli (ed a Palermo) in un monumento alla solidarietà che si chiamava Reale Albergo dei Poveri, “amministrato saggiamente e dove si ricoveravano ogni notte anche fino a mille persone che potevano contare su di un letto ed un piatto di minestra; chi voleva poteva avere un minimo di istruzione o imparare un mestiere. Dopo il 1861 lo stabilimento si trasformò nell'albergo della morte per lo spirito, e per il corpo sevizie, sporcizia e mortalità. I nuovi governatori ricevevano un pingue stipendio, i vecchi lavoravano gratuitamente e con spirito di servizio”.
Chiuderemo sorvolando sulla grande mistificazione del plebiscito. Un plebiscito che collegò con l'intimidazione e con l'inganno la Nazione del Sud al resto dell'Italia.
Si, Nazione, perché dell'Italia di allora, la sola Patria comune dalla Sicilia al Tronto, l'unica nazione esistente da sette secoli, da quando cioè il nord era ancora nelle mani dei barbari, era il nostro Regno. Esso per ben sette secoli, visse e prosperò, dal 1130 quando il gran-conte Ruggiero fondò la monarchia, e via-via, attraverso le dinastie Normanna, Sveva, Angioina, Aragonese ed Asburgica, ognuna legata all'altra da vincoli di sangue, politici, matrimoniali, e fino a Carlo III che rese lo stato autonomo affrancandolo da ogni collegamento straniero.
Si legge sui resoconti di alcuni storici che i garibaldini vennero a liberare la nostra terra dall'usurpatore e dal tiranno.
Chi era l'usurpatore, colui forse che discendeva da una dinastia che governò il nostro meridione fin dal 1735?
Da questa data alla caduta del regno - nel 1860 - i Re Borbone governarono la nostra terra per ben 125 anni, e furono detti usurpatori.
Quando per due volte persero il Regno, migliaia di contadini, borghesi, nobili, ufficiali, combatterono e morirono per loro, e furono detti tiranni.
Forse i Borbone non furono scevri di colpe e manchevolezze, dobbiamo pensarlo per amore di obiettività, e fra tante cose reprensibili che caratterizzarono anche il loro regno, male fecero a cedere alle richieste degli inglesi di giustiziare i protagonisti dell'insurrezione detta della repubblica napoletana, male fecero a non rispettare le autonomie promesse durante il decennio francese che vide Palermo capitale ed il resto del Regno occupato dallo straniero, straniero che dominò e la cui “occupazione fu contrabbandata dai soliti mercanti di cultura risorgimentale per liberale e democratica”, in virtù di una nostra sorta di autolesionismo che porta a parlare bene di un parvenu straniero, piuttosto che di una dinastia completamente autoctona.
D'altronde ancora oggi mi accade di notare in interlocutori occasionali una veemenza antiborbonica degna di miglior causa, una resistenza dialettica a qualunque tentativo di riesame, quasi si avesse paura di andar contro un convincimento che molte volte, del resto, nasce da una sommaria assunzione scolastica di notizie storiche pilotate.
Durante una conversazione, il mio occasionale interlocutore ribatté ad alcune mie precisazioni dicendo: “Cosa vuole, io sull'argomento so solo quello che mi hanno insegnato a scuola”.
Ed infatti, ancora oggi a scuola non si insegna. Negli anni in cui il programma prevede lo studio della storia moderna, ed in particolare del Risorgimento, fra i nomi delle varie battaglie, Curtatone, Montanara, Solferino, San Martino, Bezzecca, Novara, e dei vari personaggi, Cavour, Napoleone III, Silvio Pellico, Ciro Menotti, Amatore Sciesa, Garibaldi, sbuca all'improvviso l'episodio della spedizione dei mille, contro un re usurpatore, tiranno e liberticida di un regno la cui connotazione è vaga e misteriosa quasi fosse ai confini della terra, spedizione guidata da un eroe fulgido, biondo che mette in fuga un esercito di diavoli neri e sporchi, vili, al servizio di un belzebù viscido, tentennante e poi la liberazione e l'annessione in un tripudio di tricolori e peana di trionfo, con la gente del sud che osanna finalmente libera e italiana.
Luigi Settembrini, “patriota e perseguitato politico” più volte condannato a morte e sempre graziato, nelle sue “ricordanze” diceva, dopo l'unificazione, verso il 1870, deluso del governo che si era instaurato, in una lezione agli studenti: “Figli miei, bestemmiate la memoria di Ferdinando II, perché è sua la colpa di questo”, ed al loro stupore aggiungeva: ”Se egli avesse impiccato noi altri, oggi non si sarebbe a questo: fu clemente e noi facemmo peggio” ed ancora ricorda riferendosi al 1836: “Tre cose furono belle in quell'anno, le ferrovie, l'illuminazione a gas e ...te voglio bene assaje”.
Chiudiamo con un'ultima considerazione sul grande odio dei Savoia verso i Borbone, odio che continuò a manifestarsi con imponenti azioni di cancellazione di ogni memoria, perpetrata con la distruzione dei monumenti, delle lapidi e della toponomastica che li ricordava. In Italia esiste ancora per esempio, la Galleria Estense a Modena, mentre il Real Museo Borbonico è stato immediatamente ribattezzato Museo Nazionale. Ed il Corso Maria Teresa ribattezzato Corso Vittorio Emanuele e cito solo questo a mo' di esempio. Non esistono quasi più monumenti, statue e ogni nome borbonico è sparito da tutte le città del Regno. Anche nel nostro intorno, il nome dei Borbone è stato completamente eliminato, non si trova a Siracusa, non a Noto, non a Catania, non a Lentini, non a Palermo.
L'aggettivo borbonico è rimasto solo collegato al carcere di Caltagirone, a quello di Catania, a quello di Siracusa, mentre in queste stesse città per il resto, sembra che la dinastia borbonica non sia mai esistita.
Ma alle nuove generazioni, ai nostri figli, ai figli dei nostri figli, occorrerà raccontarla questa storia, occorrerà che sia raccontata e ricordata, affinché sia recuperato il nostro passato che è un passato di grandezza, di cui andare orgogliosi e non vergognarsi.

Dal Regno delle Due Sicilia la prima Costituzione in Italia 
Fu quella del Regno delle Due Sicilie la prima Costituzione Italiana
di Antonio Nicoletta
La concessione da parte dei regnanti dello Statuto o Costituzione fu l’atto più desiderato e richiesto dai popoli della penisola nell’Ottocento ed in suo nome, da una parte e dall’altra, in tutti gli Stati, furono commessi eroismi e nefandezze. Il primo statuto concesso fu quello di Ferdinando II il 10 febbraio 1948.
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COSTITUZIONE
1. dir.cost., struttura essenziale dello stato costituita dall’insieme delle istituzioni che determinano l’ordinamento supremo: c. monarchica, c. repubblicana | l’insieme delle norme giuridiche che regolano le strutture fondamentali dello stato e i suoi rapporti con i cittadini
2. dir.cost., l’atto, il documento emanato dall’organo titolare del potere costituente, che contiene le norme costituzionali o il nucleo fondamentale di esse: promulgare, abrogare la c.
3. dir., spec. al pl., atto avente forza di legge emanato da un sovrano o da un’autorità suprema: c. civile, costituzioni conciliari
STATUTO
1. ciò che, essendo stato deliberato, acquisisce valore di norma
2. stor., nel Medioevo, complesso delle leggi proprie di un Comune o di un determinato ente giuridico: s. marittimo | ciascuna raccolta organica contenente tali norme
3. stor., nell’Ottocento, la carta costituzionale propria di uno stato monarchico, contenente le norme e i principi giuridici fondamentali
Prendiamo in considerazione :
Costituzione - struttura essenziale dello stato costituita dall’insieme delle istituzioni che determinano l’ordinamento supremo: c. monarchica, c. repubblicana | l’insieme delle norme giuridiche che regolano le strutture fondamentali dello stato e i suoi rapporti con i cittadini

Statuto - nell’Ottocento, la carta costituzionale propria di uno stato monarchico, contenente le norme e i principi giuridici fondamentali.
Alle scarne definizioni vocabolaristiche, dei nomi statuto e costituzione, di fatto fanno da contraltare i moti, le insurrezioni, le sofferenze in carcere, le morti e quando concessi, le peane, i trionfi, la gioia.
A cosa si sostituiva lo Statuto? Normalmente al potere di governi assolutistici, laddove il diritto di ognuno soggiaceva all’arbitrio del governante e dove ogni garanzia era un’utopia.
In ogni caso per il volgo e per l’inclita abbiamo pensato di mettere a confronto gli Statuti di due Regni a riguardo dei quali nell’Ottocento furono riempiti innumerevoli pagine di storia.
Metteremo a confronto lo statuto Ferdinandeo del Regno delle due Sicilie promulgato il 10 febbraio 1848 e richiamato poi da Francesco II il 1° di luglio 1860 e quello Albertino del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia, promulgato il 4 marzo 1848 e si concluse, superato dalla Costituzione Repubblicana Italiana del 27 dicembre 1947.
La prima cosa che salta all’occhio è che lo statuto albertino “..viene oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai nostri amatissimi sudditi”
Quello ferdinandeo invece “ …aderendo al voto unanime dei nostri amatissimi Popoli..”
Ed a questo punto vorrei osservare che esiste una differenza, per lo meno semantica, se non di sentimento, nel rivolgersi a fedelissimi sudditi o ad amatissimi popoli.
Le definizioni li lasciamo ancora una volta al dizionario:
suddito
1 s.m., soggetto che si trova in una condizione di dipendenza dalla sovranità dello stato: un fedele s. dello stato | chi è sottoposto alla sovranità dello stato pur non essendone membro e ne subisce i doveri senza godere dei diritti propri del cittadino: i sudditi delle colonie
2 s.m., cittadino di uno stato retto a monarchia: i sudditi del re
3 s.m. chi è in una condizione di soggezione e di subordinazione rispetto a chi comanda

popolo

1 l’insieme degli individui che si considerano o sono considerati appartenenti a una stessa collettività, spec. etnicamente omogenea, in quanto abitano un territorio geograficamente o politicamente definito o hanno in comune lingua, cultura, tradizioni, ecc.: il p. italiano, i popoli arabi, i popoli dell’America latina | l’insieme dei cittadini di uno stato in contrapposizione al sovrano o ai gruppi dirigenti: una regina molto amata dal p.
2 l’insieme di persone che hanno una comune fede religiosa: il p. cristiano, musulmano; p. di Dio, la comunità dei cristiani; p. eletto, nell’Antico Testamento, il popolo ebraico; p. santo, nell’Antico Testamento, il popolo di Israele, nel Nuovo Testamento, i cristiani | l’insieme dei fedeli, spec. appartenenti alla religione cristiana: il sacerdote invita il p. a pregare | OB i credenti di una stessa parrocchia; la parrocchia stessa
Certamente non voglio credere che le due definizioni siano casuali e se quand’anche qualcuno volesse insinuare una mellifluità finalizzata nel preambolo borbonico, nei fatti si è visto che nella transizione dall’uno all’altro statuto, nella ex nazione del sud, il passaggio da popolo a suddito è stato uno dei fatti più evidenti e più sofferto.
E’ interessante analizzare l’art. 1 delle Disposizioni generali: “……retto da temperata monarchia ereditaria….” dove il termine temperata dovrebbe derivare da temperare che ha il significato di far concordare, fondere in un insieme armonioso, attenuare, mitigare, addolcire.
In quello albertino la definizione della sacralità e della inviolabilità della persona del re avviene all’inizio del documento (art. 4) ed è fine a se stessa.
Nel ferdinandeo, si parla del re all’art. 63, e la sua sacralità ed inviolabilità è in conseguenza alla definizione di capo supremo dello stato.
Nello statuto ferdinandeo ben 11 articoli riguardano le garanzie personali relativamente a:
• Qualità di cittadino
• Uguaglianza
• Meritocrazia
• Libertà individuale e garanzie di salvaguardia
• Rapporto coi giudici
• Inviolabilità della proprietà
• Proprietà letteraria
• Inviolabilità del domicilio
• Segreto delle lettere
• Libertà di stampa
• Copertura del passato
L’art. 27 del ferdinandeo garantisce la proprietà letteraria. Non ve n’è traccia nell’albertino. Come non v’è traccia nell’omologo dell’art. 29 che rende inviolabile il segreto delle lettere.
Nell’albertino troviamo un pò le stesse garanzie:
• Uguaglianza
• Libertà individuale e garanzie di salvaguardia
• Obbligo di contribuzione
• Inviolabilità del domicilio
• Libertà di stampa
• Inviolabilità della proprietà
• Libertà di riunione

Vorrei a tal proposito, anche per soddisfare un mio vecchio pallino, riferirmi al diritto storico alla riservatezza (per gli anglofili privacy) citando l’art. 29 della prima carta costituzionale d’Italia, emanata il 10 febbraio 1848 da Ferdinando II Re delle Due Sicilie,

 

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"Se riesci a far innamorare i bambini di un libro o di due o tre, cominceranno a pensare che è un divertimento. Così, forse, da grandi, diventeranno lettori. E leggere è uno dei piaceri e degli strumenti più grandi e importanti della nostra vita”.
(Roald Dahl - scrittore inglese, 1916/1990) Henry Ford

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